
I
(6 - 13 ottobre 2025)
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Verso gli anni ‘60
Epigoni del secondo dopoguerra, dopo la più traumatica e desolante esperienza politico-sociale del XX secolo, sull’arcobaleno dei mitici anni ’50 vola - come dopo il diluvio biblico - la colomba bianca della pace e della ritrovata speranza. Angeli custodi del nuovo sogno le potenze che avevano consentito il risveglio dagli incubi, gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica. Sono gli anni del germoglio dell’idea di una nuova polis e dell’arte (il primo abbozzo della Comunità Europea, la corsa allo spazio, il disegno conciliare di una chiesa rinnovata, il cinema e la musica transnazionali).
Nel decennio 1950-1959 è reinventata l’Italia. Divenuta stato repubblicano con il referendum del ’46, e sostenuta dai forti aiuti americani (piano Marshall), intraprende la difficile opera della grande ricostruzione sociale, economica, politica, culturale.
Idealmente, uno dei segni più evidenti della trasformazione culturale in atto può ritrovarsi al Casinò di Sanremo, quando nell’edizione dell’ottavo festival della canzone, un giovane cantante pugliese, Mimmo Modugno, rompe gli argini del melodismo ancora imperante nella tradizione della musica leggera italica e spicca il volo verso “il blu dipinto di blu” dei dipinti di Chagall.

Alle soglie degli anni ’60 l’Italia vive la sua rinascita economica con l’esodo massiccio dei lavoratori dai campi alle officine, lo sviluppo della tecnologia, la ricostruzione dell’ambiente dopo le devastazioni belliche, la diffusione dell’interesse artistico e culturale, il miglioramento delle condizioni di vita e il benessere sociale.
Gli inizi del decennio
Mentre l’ONU sancisce il principio di autodeterminazione dei popoli (1960) e diversi stati africani proclamano la loro indipendenza, il neo-presidente John Kennedy e Nikita Kruscev muovono i primi passi del disgelo USA-URSS (1961), ma a Berlino - città spaccata in due tra Sovietici e Occidentali – viene eretto un muro (sorvegliato a vista per 28 anni) per impedire il passaggio e le comunicazioni tra i cittadini delle due repubbliche tedesche costituite dopo la guerra.
Nell’ottobre del ’62 il dislocamento di testate nucleari russe a Cuba e la vigorosa reazione degli USA, riportano il mondo sull’orlo di un conflitto dagli esiti imprevedibili. L’avvedutezza dei leaders politici dell’epoca e gli sforzi delle diplomazie evitano la catastrofe.
Intanto a Roma si apre il Concilio Vaticano II: la sera dell’11 ottobre, papa Giovanni XIII saluta la folla presente in piazza san Pietro con il famoso ‘discorso della luna’, che suscita simpatia e in tutto il mondo.
La dolce vita
L’avvento del un nuovo benessere delle classi sociali che più avevano sofferto il travaglio degli anni di guerra, induce il sogno tutto italiano della ‘dolce vita’. Immagini caleidoscopiche e fantasiose nella XVII Olimpiade a Roma, nel maestro Manzi protomaestro televisivo, nella frenesia del rock d’importazione americana che si frantuma nelle ‘mille bolle blu’ di Mina del Sanremo ’61. Un affresco distopico della dolce vita, ricco di artistiche suggestioni e di inquietanti presentimenti, nell’omonimo film di Federico Fellini, dove la notte - divenuta “troppo piccola” - invade il giorno e brucia il desiderio nelle illusioni oniriche della magica lanterna cinematografica.

Il Parlamento vara il primo governo repubblicano di centro-sinistra e, nel dicembre del ’62, istituisce la scuola media unica, portando a otto anni l’istruzione obbligatoria dei giovani italiani.
Nel panorama musicale europeo esplode il fenomeno Beatles, il rock di Adriano Celentano, il ‘Rugantino’ (filiazione del vecchio melodramma) che apre la strada al musical all’italiana, mentre sugli schermi prendono forma i miti femminili di Marilyn Monroe, Brigitte Bardot, Audrey Hepburn, Sofia Loren, Liz Taylor.
In campo artistico, notevoli sono le sperimentazioni (in particolare quelle di Andy Wharol) nell’ambito della pop-art americana e dello spazialismo ultra-pittorico di Lucio Fontana; la pubblicità - anima del commercio - percorre le vie della ‘persuasione occulta’ per indurre agli acquisti e alla soddisfazione del consumo; nel settore tecnico-scientifico l’indagine sul macro e sul micro cosmo portano il primo uomo (il russo Juri Gagarin) nello spazio, e il Nobel a James Watson e Francis Crick per la scoperta della struttura del DNA (la sede molecolare delle informazioni genetiche dei viventi).
22 novembre 1963, uno sparo rompe l’incanto della dolce vita e della pace ritrovata: il 35° presidente degli USA, John F. Kennedy è assassinato a Dallas.
Un mondo che cambia
“Può il battito d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado nel Texas”? Per dare una risposta a questa domanda apparentemente paradossale, George Cowen ed Edward Lorenz propongono, nel ’63, la teoria del caos, sulla base dell’approccio scientifico indeterministico. La fisica classica non è in grado di spiegare i fenomeni atomici e subatomici scoperti nel secolo scorso: la nuova fisica quantistica, superati i tradizionali confini spaziotemporali, esplorando la dinamica nella variazione delle grandezze fisiche consente una più soddisfacente interpretazione di vari dati sperimentali connessi con tali fenomeni. Il mondo ha preso a gran velocità la rincorsa verso il futuro!
Sempre nel ’63 Al chimico Giulio Natta è assegnato il premio Nobel per l’invenzione del polipropilene (moplen), una sostanza plastica resistentissima destinata ad assumere un ruolo di primo piano nel boom economico della seconda metà del secolo, avendo permesso a tutti di avere oggetti di uso quotidiano di grande praticità e a costo decisamente basso. La semplificazione di utilizzo degli oggetti in plastica favorisce specialmente le donne di casa e i loro sogni di emancipazione. “La mistica della femminilità” è un saggio di Betty Friedan in cui l’autrice sostiene che finalmente “Oggi possiamo iniziare a intravedere le nuove possibilità umane generate dal fatto che le donne e gli uomini sono finalmente liberi di essere sé stessi, di conoscersi per quello che sono realmente e di definire insieme nuovi parametri di successo, fallimento, felicità, trionfo, potere e bene comune”.
Cambia la musica popolare. Alla canzonetta intimistica e languorosa tutta ‘cuore-amore’ del mezzo secolo precedente subentra la ‘canzone di cantautore’, pensosa, realistica, riflesso spietato del tempo e della vita presenti. Scuole di cantautori sorgono a Genova, a Milano, a Roma.
Il cinema, considerato ‘decima arte’ si trasforma in contenitore di arti e fabbrica di spettacoli di grande impatto culturale. Tra i padri indiscussi del cinema degli anni ’60 Ingmar Bergman, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Stanley Kubrick, Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, Luis Buñuel, Alfred Hitchcock.
Tra il ’64 e il ‘65
Come attraverso i buchi neri delle plastiche rosse di Alberto Burri, emergono gli eventi e i fatti che caratterizzano le ombrose atmosfere della metà del decennio.
Nel ’64 una inattesa congiuntura economica nazionale sembra mettere a dura prova la fiducia nella stabilità del benessere consolidato negli anni precedenti.
Gli Stati Uniti sono impegnati in una guerra dispendiosa e impopolare in Viet-Nam, un’impresa che appare inutile e senza sbocchi.
Herbert Marcuse, nel suo saggio “L’uomo a una dimensione” descrive la moderna società industriale come nemica del pensiero critico e della capacità di concepire alternative all'ordine esistente. L’ ‘uomo a una dimensione’ che vi abita diventa conformista e accetta passivamente lo status quo, ingannato da una libertà illusoria basata sul consumo e sulla tolleranza repressiva.
Per iniziativa della Lega Araba nasce l’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) che rivendica l’indipendenza palestinese dall’occupazione israeliana.
L’assetto politico italiano sembra minacciato da oscure manovre interne allo Stato, un piano di emergenza speciale a tutela dell'ordine pubblico (il “Piano Solo”) organizzato dal comandante generale dell'Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, con il consenso del presidente della Repubblica Antonio Segni.
Le dimissioni di Segni (per motivi di salute) portano al Quirinale Giuseppe Saragat, primo presidente non democristiano. – Aldo Moro forma il suo secondo governo di centro-sinistra, al quale partecipano anche i socialisti di Pietro Nenni.
L’assemblea conciliare del Vaticano II emana la costituzione apostolica “Lumen Gentium” che riafferma la natura della Chiesa e la sua missione universale nel mondo. Chiesa che è in Cristo segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano.
E mentre a Sanremo la giovanissima Gigliola Cinquetti conquista la prima posizione del festival con la canzone “Non ho l’età”, a Roma impazzano i cantanti da discoteca nel ‘Piper’, i Beatles spopolano con ‘Help’ e ‘Yesterday’, e si affaccia sulla scena musicale il gruppo inglese dei Pink Floyd. E a Londra, la rivoluzionaria stilista Mary Quant lanciato sul mercato la minigonna, destinata a un successo planetario tra le ragazze di ogni latitudine.
1965: sugli schermi appare un film Pierpaolo Pasolini, “Uccellacci e uccellini”, metafora della crisi della sinistra e del rapporto tra intellettuale e popolo nell'Italia degli anni '60 e spietata denuncia dello strapotere della borghesia emergente a fronte delle precarie condizioni del sottoproletario che sopravvive ai margini delle periferie urbane.

In Oriente, nella nuova Repubblica Popolare Cinese, Mao Tse Tung dà il via alla grande ‘rivoluzione culturale’ che costerà alla Cina oltre 40 milioni di morti.A dicembre - dopo la pubblicazione del documento del tutto innovativo “Nostra aetate” con cui si apre la strada di un più ampio dialogo con i seguaci delle altre religioni (in particolare l’Ebraismo e l’Islamismo) - il Concilio si scioglie nella speranza di un vero rinnovamento e di una nuova primavera della Chiesa.
La ‘svolta’
Il ’66 è l’anno che segna la svolta culturale e sociopolitica maturata nel ventennio del dopoguerra.
Mentre in Italia Sanremo proclama regina una canzone d’amore di Modugno (“Dio, come ti amo!”), ma il successo popolare è conquistato dalla più attuale “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano, scartata al festival, sugli orizzonti planetari del secondo Novecento percorrono, ben visibili, i segni di nuove rivoluzioni e - in un insieme di distopie frammentarie - il bisogno di una pace consistente non soltanto nel silenzio delle armi, ma nell’incontro e nell’amore senza confini.
La sessualità diventa allora il fil-rouge della protesta giovanile non violenta, e dall’America si diffonde il best-seller di William Masters e Virginia Johnson che sdogana ‘Sesso e Amore’ dalle tabuate gabbie dei secoli precedenti. In contemporanea Konrad Lorenz con ‘Il cosiddetto male’ ripercorre criticamente la storia dell’aggressività degli animali, e Milena Milani accende un faro narrativo sulle esperienze sessuali di una adolescente, ‘La ragazza di nome Giulio’.
Al liceo Parini di Milano, alcuni studenti danno vita a un giornale scolastico autogestito (‘La Zanzara’), destinato a diventare, per le sue inchieste, un documento vivo sul tema del comportamento sessuale dei giovani in un mondo nei fermenti del cambiamento. Giovani idealisti, irrequieti, trasgressivi, diversi dai loro padri, ma non colpevoli per la loro diversità. “Ma che colpa abbiamo noi – se non siamo come voi? …” canta Shapiro del gruppo inglese dei Rokes.
La Chiesa Cattolica annuncia intanto l’abolizione dell’Indice dei libri proibiti, istituito in epoca post-tridentina a salvaguardia della diffusione di testi contrari alla fede e alla morale.
Le nubi che si addensano nei cieli di fine anno scatenano violenti nubifragi nel territorio fiorentino: l’Arno si gonfia e rompe gli argini, il centro di Firenze si allaga e il disastro piega la città e l’Italia.

In un’atmosfera chiaroscurale, densa di eventi enigmatici ancora oggi di non facile interpretazione, la cronaca del ’67.
A febbraio le rivelazioni sul progetto di un fallito colpo di stato in Italia (il ‘Piano Solo’) architettato qualche anno prima dal generale Giovanni De Lorenzo con il probabile appoggio dei Servizi Segreti e forse dello stesso presidente della Repubblica Antonio Segni. - In marzo papa Paolo VI, raccogliendo l’invocazione degli ultimi della terra, e secondo le indicazioni del recente Concilio, nell’enciclica ‘Populorum Progressio’ denuncia gli squilibri dell’economia che privilegia l’accumulo cieco della ricchezza a scapito dei poveri e sostiene che lo sviluppo autentico di un popolo “dev'essere integrale, cioè volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo”. – Ad aprile, in Grecia, un colpo di stato militare rovescia il governo ed instaura la dittatura dei Colonnelli. – A giugno lo stato di Israele apre un conflitto contro Egitto, Siria e Giordania. L’aviazione egiziana viene sgominata e l‘esito della guerra (di appena sei giorni), è disastroso per la coalizione araba, mentre Israele conquista la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, il Sinai e le Alture del Golan, assumendo anche il controllo di territori abitati da arabi palestinesi. – In autunno, nelle università italiane, fermentano le proteste studentesche con aperte contestazioni ai docenti e occupazioni delle facoltà.
La canzone popolare italiana perde gli stilemi melodici, ritmici, poetici che l’hanno caratterizzata negli anni precedenti, e si fanno strada giovani cantautori, precursori di una poetica nuova dal realismo pensoso, attento alla profondità dei sentimenti umani e alla drammaticità del vivere sociale: sono le ‘canzoni eretiche’ della scuola genovese che ispireranno le venature musicali di diversi artisti della penisola.
Il ‘68
Il ’68, l’anno che diede ‘forma’ a una generazione, l’anno delle rivoluzioni
· la rivoluzione hippy dei figli dei fiori,
· la contestazione globale della guerra del Vietnam,
· gli scontri tra polizia e studenti a Valle Giulia (Roma), facoltà di architettura
· la repressione sovietica della ‘primavera di Praga’
· l’esplosione del ‘maggio francese’
· l’uso dell’amniocentesi come esame diagnostico prenatale
· l’abolizione del rato di adulterio femminile
· l’istituzione dei Centri di Igiene Mentale
e nell’universo della religione, della musica, dell’arte:
· l’enciclica ‘Humanae vitae’ di papa Paolo VI
· i ‘concept-disk’ dei cantautori
· la body-art
· il cinema-spettacolo
La fine degli anni Sessanta
Il ’69 vede uscire di scena un protagonista della storia del secolo: il generale Charles De Gaulle in Francia. In Libia entra in scena il colonnello MuʿAmmar Gheddafi che rovescia la monarchia e instaura la dittatura militare.
A Praga, lo studente ventunenne ceco Jan Palach si suicida, dandosi fuoco in piazza san Venceslao a Praga, per protestare contro l'occupazione della Cecoslovacchia da parte delle forze armate sovietiche.
In Irlanda continua a imperversare il conflitto – in un inverno che appare senza fine - tra nazionalisti/repubblicani (cattolici) e lealisti/unionisti (protestanti), con la presenza dell'IRA e di forze britanniche.
Il 20 luglio del ’69 gli astronauti statunitensi Neil Armstrong e Buzz Aldrin, protagonisti della missione americana Apollo 11, approdano con il modulo Eagles sul suolo lunare e trascorrono circa due ore e un quarto a esplorare il sito chiamato Statio Tranquillitatis. La passeggiata lunare dei due astronauti fu trasmessa in diretta televisiva mondiale. Nel mettere il primo piede sulla superficie della Luna il comandante della missione Armstrong descrisse l'evento come "un piccolo passo per [un] uomo, un grande balzo per l'umanità". Dopo Armstrong e Aldrin, nessun uomo è più tornato sulla Luna.
Nei giorni della metà di agosto, a Woodstock, si raccoglie una folla di mezzo milione di giovani per partecipare a una ‘tre giorni’ musicale: un evento di portata epocale che ha segnato l'apice e l'inizio del declino del movimento hippie negli Stati Uniti. La nudità dei partecipanti e il grande consumo di cannabis e di LSD hanno fatto di Woodstock il più grande evento della storia del rock e del costume degli anni ’60.
(20 ottobre 2025)
1
I COLORI DELLA MADONNA
Maria di Nazareth, una poesia enigmatica.
La rappresentazione della Madonna con un abito rosso e un mantello azzurro nella pittura e nell'iconografia medievale e fino al tardo Rinascimento ha diversi significati simbolici e culturali:
Il colore rosso è spesso associato alla maternità e alla passione. Indica anche il sacrificio, alludendo al futuro sacrificio di Cristo. Inoltre, il rosso è un colore che esprime dignità regale.
L'azzurro è tradizionalmente associato alla purezza e alla celestiale. Rappresenta il cielo e il divino, sottolineando il ruolo della Madonna come ponte tra gli uomini e Dio.

Questi colori sono diventati assai comuni nell'arte cristiana, influenzando gli artisti nel loro modo di rappresentare la figura della Madonna. L'azzurro, in particolare, è stato reso popolare grazie all'uso dell'azzurrite (carbonato basico di rame), un pigmento costoso che conferiva un aspetto prezioso alle opere.
La combinazione di rosso e azzurro non solo distingue la Madonna come figura sacra, ma la colloca anche in una posizione di onore e rispetto all'interno della narrazione biblica. Questi colori aiutano a intendere la singolare importanza di Maria di Nazareth, madre dell’uomo-Dio, nel contesto della Trinità suprema.
Durante il Rinascimento, in particolare, l'arte fortemente influenzata dalla cultura e dalla religione, obbediva a scelte cromatiche spesso guidate da convenzioni stabilite da secoli di tradizione, e gli artisti si sentivano in dovere di seguire questi modelli per mantenere la coerenza del messaggio iconografico e la forte carica espressiva della rappresentazione.
Anche se queste rappresentazioni sono rimaste costanti per secoli, nel tardo Rinascimento si iniziò a vedere una maggiore varietà nelle rappresentazioni della Madonna, con artisti che esploravano nuovi stili e colori, pur mantenendo alcuni dei simbolismi tradizionali.
Questi elementi combinati conferiscono alla rappresentazione della Madonna una profondità simbolica che va oltre il semplice aspetto visivo, rendendola una figura centrale nell'arte sacra dell'epoca.
L'iconografia della Madonna vestita di bianco, emersa tra l'Ottocento e il Novecento, è strettamente legata alle apparizioni mariane, come quelle di Lourdes, Fatima e Medjugorje.

Il bianco è tradizionalmente associato alla purezza, all'innocenza e alla santità. Rappresenta la vita senza peccato della Madonna e il suo ruolo di madre di Cristo e corredentrice materna dell’intera umanità. Il bianco è anche un colore che evoca la presenza divina. Viene spesso usato per rappresentare figure celestiali, sottolineando la natura soprannaturale delle apparizioni.
Nel contesto del XIX e XX secolo, le apparizioni mariane avvennero in un periodo di grande cambiamento e crisi sociale, politica e religiosa. Il vestire la Madonna di bianco può essere visto come un modo per comunicare un messaggio di speranza e ritorno alla fede, contrastando le incertezze di quel tempo.
Le apparizioni della Madonna a Lourdes, Fatima e Medjugorje spesso contenevano messaggi di pace, conversione e conforto. L'immagine della Madonna vestita di bianco riflette questi messaggi, suggerendo una nuova alba di serenità e di pace.
Gli artisti che si sono ispirati a queste apparizioni hanno contribuito a consolidare l'immagine della Madonna vestita di bianco. La diffusione dele loro opere ha aiutato a cementare questa iconografia nella coscienza collettiva dei fedeli. Queste rappresentazioni non solo riflettono le esperienze di fede dei credenti, ma offrono anche un linguaggio visivo inteso a comunicare la presenza salvifica della Madonna nel mondo contemporaneo.
2
UN ENIGMA MATEMATICO
“Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato.”
(A. Einstein)
Numerazione Romana
L’antica numerazione romana era riferibile a quantità reali o conciderate reali. I numeri erano rappresentati simbolicamente con le lettere dell’alfabero latino:
- I (1)
- V (5)
- X (10)
- L (50)
- C (100)
- D (500)
- M (1000)
Il sistema dell’ordine numerico seguiva il modello additivo/sottrattivo. Ad esempio, IX rappresenta 9 (10 - 1).
I numeri venivano utilizzati principalmente per indicare numeri ordinali, nei nomi di monarchi e nei titoli di opere.
Nella numerazione romana non è presente lo zero: non si presta quindi per calcoli complessi.
Numerazione Araba
La numerazione araba utilizza dieci cifre, da 0 a 9, che assumuno un preciso valore secondo la ‘posizione’ (ad esempio, in 205, il 2 rappresenta 200, il 0 è un segnaposto e il 5 rappresenta 5).
Oggi il sistema di numerazione arabo è ampliamente usato in tutto il mondo per calcoli, misurazioni e rappresentazioni numeriche generali. L’inclusione dello zero è fondamentale per facilitare l’esecuzione di tutte le operazioni matematiche.
Lo zero

Alcune delle sue principali funzioni:
Addizione: Lo zero è l'elemento neutro per l'addizione. Questo significa che se sommi zero a un numero, il risultato è lo stesso numero (es. a+0=a).
Moltiplicazione: Lo zero è anche l'elemento assorbente per la moltiplicazione. Moltiplicato per qualsiasi numero, il risultato è zero (es. a×0=0).
Lo zero indica l'assenza di quantità (in contesti pratici, può indicare che non ci sono oggetti in una certa categoria.
Nelle coordinate cartesiane, lo zero rappresenta l'origine del sistema di riferimento. Questo è fondamentale in geometria e analisi.
La proprietà secondo cui un numero moltiplicato per zero dà zero può sembrare enigmatica, ma ci sono diverse teorie matematiche che provano a spiegarla. Ecco alcune delle più comuni:
- La moltiplicazione può essere vista come un'operazione di somma ripetuta. Ad esempio, a×b significa "somma a, b volte".
- Se b=0, stai dicendo di sommare a per zero volte, il che non porta a nessun valore, quindi il risultato è zero: a×0=0.
- In matematica, abbiamo l'elemento neutro per la moltiplicazione, che è 1 (es. a×1=a). Se consideriamo il numero zero, possiamo dire che qualsiasi numero moltiplicato per zero deve portare a un risultato che non aggiunge nulla, quindi deve essere zero.
- Possiamo utilizzare la proprietà distributiva per dimostrare che a×0=0. Considera a×(b−b), che è uguale a a×0. Poiché b−b=0, possiamo scrivere: a×0=a×b−a×b=0.
- Moltiplicare un numero per zero può essere interpretato come "non avere affatto" quel numero. Ad esempio, se hai 5 mele e non ne vuoi nessuna (cioè zero volte), non avrai alcuna mela.
Quindi, la moltiplicazione per zero porta sempre a zero perché, non aggiungendo nulla al totale, l’operazione è nulla (come indica lo zero del risultato finale).
3
ATLANTIDE
L'uomo che l'ha sognata, l'ha anche fatta scomparire
(Aristotele)
Scrivendo nel IV secolo a.C., il filosofo greco Platone raccontò la storia di una terra chiamata Atlantide che esisteva nell’Oceano Atlantico.
Sebbene nessuno studioso creda verosimile questa storia, alcuni hanno ipotizzato che la leggenda possa essere stata ispirata, in parte, da eventi reali accaduti nella storia greca. Una possibilità è che la civiltà minoica che fiorì sull’isola di Creta fino al 1400 a.C circa, abbia ispirato la storia di Atlantide.
L’Atlantide è dunque la ‘grande isola’ oltre le Colonne d’Ercole descritta da Platone nei suoi dialoghi Critia e Timeo. Ma prima, contemporaneamente e dopo Platone, parecchi autori antichi hanno parlato dell’Atlantide, in termini analoghi a quelli platonici, come Esiodo, Omero (nella sua Odissea), Solone, Euripide, Diodoro Siculo, Plinio, Teopompo, Marcello. Non si può quindi del tutto escludere che Platone, a conoscenza di un qualche cataclisma geologico o meteorologico di grandi dimensioni, lo avrebbe utilizzato come spunto per imbastire la sua storia.
Aristotele, discepolo di Platone, non diede molta importanza alla narrazione del suo Maestro, e questa sua opinione ebbe un peso determinante nel Medio Evo cristiano. Aristotele, infatti, era considerato un'autorità indiscussa, e ciò che lui aveva detto ("Ipse dixit"!), concordava con la visione geocentrica dell'universo sostenuta dalla Chiesa. Tanto più che l'esistenza di un continente distrutto novemila anni prima non coincideva con la data della creazione del mondo secondo la Genesi, calcolata nel 3760 a.C.
Quasi ignorata nel Medioevo, la storia di Atlantide fu riscoperta dagli umanisti nell’era moderna. La descrizione di Platone ha ispirato le opere utopiche di numerosi scrittori rinascimentali, come La nuova Atlantide di Bacone. Al tema sono state dedicate alcune migliaia di libri e saggi. Atlantide ispira la letteratura contemporanea, soprattutto quella fantasy, ma anche la fantascienza, i fumetti, i film, i videogiochi, essendo divenuta sinonimo di ogni e qualsiasi ipotetica civiltà perduta nel remoto passato.

Il mito di Atlantide
Le antiche leggende raccontano che Atlantide era un gran bel paese. I suoi abitanti erano miti e gentili, creativi e intelligenti, e avevano realizzato la più bella società che il mondo avesse mai conosciuto. Le città erano luoghi splendidi, dove si intrecciavano canali dalle acque chiare e torri di cristallo si ergevano verso il cielo. Dai suoi porti, le imbarcazioni veleggiavano verso tutti gli angoli del globo, raccogliendo una gran quantità di materiali necessari agli artigiani e donando in cambio qualcosa di ancora più prezioso: la civiltà. Tutte le meravigliose conquiste del mondo antico possono essere fatte risalire al genio di questa terra davvero unica.

Le culture dell’antico Egitto e dei Maya, quelle della Cina e dell’India, degli Incas, dei Costruttori di tumuli e dei Sumeri: tutte avevano tratto origine da questa fonte di civiltà. Ma la tragedia stava per colpire questa grande nazione ed isola. In un cataclisma di proporzioni incomprensibili e mai raggiunte, questo luogo stupendo fu spazzato via nel giro di un giorno e una notte. Terremoti, eruzioni vulcaniche e maremoti di forza mai conosciuta fino ad allora in natura, fecero crollare le torri di cristallo, affondarono le imbarcazioni e provocarono un olocausto di incalcolabili dimensioni.
Ma le culture degli Egizi, degli Aztechi, dei Maya, dei Cinesi Shang, dei Costruttori di tumuli e tutte le altre, quantunque impressionanti, non erano che pallide ombre al suo confronto: solo delle tiepide imitazioni della luminosa cultura che era stata fonte di luce per tutta l’umana civiltà.
Questa è la grande ironia dell’archeologia preistorica; la più importante delle antiche culture è al di là della conoscenza perfino per quegli archeologi che hanno indagato a fondo sui documenti sopravvissuti alle grandi civiltà. Perché la fonte di tutte le civiltà umane, è Atlantide: il continente-isola che fu sommerso sotto le acque agitate dell’Atlantico più di undicimila anni fa. Atlantide la temuta, Atlantide la bella, Atlantide la fonte. E Atlantide il mito. Sì, perché Atlantide - forse -non è mai esistita.
“È bene che Atlantide resti un mistero. È giusto che l’uomo, guardando l’oceano, si inquieti pensando ad un lontano e imperscrutabile regno inghiottito in un giorno e in una notte dalle acque e dal fuoco; all’orgoglioso sogno di un’eternità infranta dal risveglio della Natura. Le civiltà nascono, crescono ed, infine, muoiono. Prepariamoci a questo. Atlantide non è mai esistita! È in ogni luogo“. (Pierrè Benoit)
* * *III
(27 ottobre 2025)
Il film La Ricotta di Pier Paolo Pasolini, girato nel pieno della sua maturità artistica, sviluppa e sintetizza i temi centrali del suo pensiero: il difficile e contraddittorio rapporto con il cattolicesimo, il fascino per la vivacità della vita di borgata, la capacità di rileggere il passato in chiave moderna e analizzare criticamente i cambiamenti socio-culturali della sua epoca.
La trama
Il film è incentrato sulle vicende di una troupe alle prese con un kolossal su Cristo, una riflessione metacinematografica sul compito del regista e quindi la maniera migliore di parlare della Passione.
Mentre il regista, interpretato da Orson Welles, è assorto nel rappresentare complicati tableaux vivans manieristi, Stracci (Mario Cipriani), una comparsa pescata tra sottoproletari di Roma dalla fame atavica, vive una serie di sfortunate vicissitudini che porta il pubblico a identificare in lui il vero Cristo, della Passione e Crocefissione, il Cristo deriso e flagellato.
Orson Welles, Stracci e Pasolini
Orson Welles, il regista, è contrapposto alla figura di Stracci: il primo rappresenta il mondo delle classi dominanti, è un uomo colto, estetizzante, cinico, divorato da una fame estetica, alla ricerca di un’arcaica spiritualità che lo spinge a riprodurre opere lontane, irreali nei colori e alienate dal mondo e dalle esigenze concrete delle borgate romane con cui il regista entra contatto, ma con le quali non sa dialogare. Anzi tale ambiente gli rimane estraneo e viene da lui criticato nel momento in cui interrompono brutalmente le riprese più sacre.
L’artificiosa sacralità della crocefissione del kolossal è contrapposta alla smania di Stracci di fronte al cibo (resa con la tecnica dell’accelerazione, riprendendo Ridolini e Charlot) data da una fame che non è più quella estetica del regista, ma quella irrequieta e assolutamente biologica del sottoproletario.
Tuttavia La ricotta non si limita a questo primo piano di lettura, ma riesce a riflettere con attenzione sulla questione stessa del manierismo e pure a inserire le riflessioni che caratterizzano il pensiero antropologico di Pasolini.
Orson Welles, influenzato dal teatro, ricerca nei suoi attori un tipo di recitazione shakespeariana, d’intensa espressione facciale e mimica. Pasolini invece raccoglie uomini dalle borgate romane come attori. Alla ricerca tecnica esasperata di Orson Welles, il virtuosismo dell’uso della macchina da presa e alle sue doti di raffinato sperimentatore, si contrappone la rozzezza della maniera pasoliniana, volutamente arcaica e ingenua.
Se da un lato i due registi presentano caratteristiche del tutto distanti, Pasolini stesso spiega: “... il regista Orson Welles, ne La Ricotta, non rappresenta me stesso, e quindi le cose che lui dice le dice in proprio: probabilmente in regista è una specie di caricatura di me stesso, un me stesso andato al di là di certi limiti e caricaturizzato e visto come se io fossi diventato, per un certo processo di inaridimento interiore e di conseguente cinismo, un ex-comunista” (Pasolini, Una discussione del ’64, in “Pasolini nel dibattito culturale contemporaneo”).

Pasolini si identifica dunque ambiguamente nel personaggio che rappresenta, deforma ed esorcizza il suo snobismo intellettuale che rischia di condurlo a imporre uno squisito ma corrotto gusto manierista a una troupe di rozzi proletari.
La critica sociale e la poetica dialettale
Attraverso Orson Welles, Pasolini non riesce a trattenersi dallo scagliarsi contro il consumismo e il conformismo della società capitalistico-borghese.
Durante le riprese del film sul set giunge un giornalista di Teglie sera, e con fare deferente e complimentoso e con una faccia da pane inzuppato scatena con alcune domande una durissima critica all’uomo medio, uomo della cultura di massa.
Pasolini è profondamente affascinato dal mondo contadino, che continua a sopravvivere al capitalismo in un lento ripetersi delle tradizioni; è il mondo arcaico delle campagne friulane, che, immutabile, viene escluso dalla storia. Trasferitosi a Roma, egli entra in contatto con il proletariato di Pietralata, Tiburtino e Quarticciolo, una massa di indesiderabili che vive ai margini della capitale, soffocato dalla povertà, ma che pure ammalia per l’arrogante oziosità. È proprio questa Roma ostile e disperata, decadente ma ancora dotata di una primitiva bellezza, che diviene oggetto dei romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta.
L’inventiva e il dinamismo linguistico dei dialetti locali dei suoi romanzi e delle poesie sono le sole possibilità, attraverso il linguaggio del corpo e le espressioni popolari, di riuscire a esprimere “certi sentimenti al limite dell’esprimibile”. Tuttavia Pasolini prevede già la scomparsa dei dialetti, della cultura popolare e “umanistica”, e si pone come voce critica dell’Italia borghese nel dopoguerra, inebriata dal boom economico, che porta con sé un edonismo sfrenato e incontrollabile. Oggetti di critica sono dunque il benessere, il potere corruttore della televisione che egli chiamerà “spaventosamente antidemocratica” e il profondo conformismo che tende ad annullare le sfumature linguistiche, culturali e ideologiche italiane.
Citazioni pittoriche
Nel film La ricotta Pasolini inserisce due citazioni pittoriche:
- la Deposizione di Rosso Fiorentino;
- il Trasporto di Cristo al sepolcro del Pontormo.
Già Vasari aveva parlato del diabolismo del Rosso dal temperamento violento e bizzarro, e della vena eretica, malinconica e introversa del Pontormo.
La Deposizione del Pontormo a colori, in particolare, coi colori che sfolgorano e i papaveri, lasciati alla luce del sole d’un pomeriggio melanconico, quando tutto tace, in un ardore di cimitero. Pasolini è consapevole della profanazione degli elementi religiosi tradizionali sui modelli di due pittori eccentrici, scandalosi e volutamente trasgressivi, raffinati sperimentatori di maniere diverse.
Il regista Orson Welles tenta pateticamente di elevare spiritualmente il proprio film, impreziosendo i tableaux vivants con la Lauda di Jacopone da Todi e un brano di Scarlatti, che Pasolini fa interrompere bruscamente da un chiassoso twist e dalle risate delle comparse, quasi a ricordare la concretezza del proletariato sulle speculazioni intellettuali.
Il distacco tra il mondo reale e la finzione è accentuato dall’alternanza della monocromia e policromia che provocano un’inversione paradossale dei rapporti tra realtà e finzione: le scene della passione di Stracci sono nel bianco-nero che si riallaccia al neorealismo italiano di De Sica e Rossellini, particolarmente attento ai problemi delle classi disagiate e lavoratrici; invece, i tableaux vivans sono a colori (apparentemente vicini alla realtà), ma di una tonalità pastello innaturale e piena d’inquietudine. L’ambiguità, perciò, non è tanto nella contrapposizione tra la passione di Stracci e quella di Welles e i manieristi, ma nella ricchezza di sfumature della seconda.
Il Pontormo partecipa profondamente al dolore della propria opera, raffigurando se stesso a lato del dipinto, i cui colori paiono deformati dal disagio psichico che l’autore viveva, come anche nella Deposizione, l’uomo che per la disperazione nasconde il viso tra le mani è come un autoritratto negato. Così Pasolini presenta nel suo mediometraggio un’immagine di sé in Orson Welles deformata ed esorcizzata, ma con un forte coinvolgimento della sua stessa persona. Dietro un Pasolini che aggredisce il passato letterario con l’introduzione di testi e linguaggi moderni, in realtà c’è, paradossalmente, la riproposta dei valori etici dell’antica civiltà dell’umanesimo.
Il film e la censura
Il film nel 1963 venne sequestrato e Pasolini condannato a quattro mesi di reclusione per vilipendio alla religione. “L’atmosfera religiosa creata viene distrutta con una irrisione tanto grave quanto immotivata. Al quadro vivente della deposizione del Rosso Fiorentino viene accoppiato come commento musicale un “twist” e poi un “cha-cha-cha” e il serafico volto del Cristo, serenamente composto nell’immagine della morte, proprio nel momento di più profonda e mesta religiosità della scena, si contrae in un riso sguaiato” (Atti del processo a “La Ricotta”)
Il pubblico ministero non solo non riconobbe nelle scene del pranzo della famiglia di Stracci e della sua derisione il vero senso del Vangelo, ma ritenne motivo di scandalo la rottura di questo presunto clima religioso. L’uso ambiguo della ricostruzione dei dipinti, come la volontà di creare una scena “santa per poi denunciarne l’artificiosità”, infastidì l’accusa, da portarla a interpretare erroneamente il significato del film.
Pasolini riesce a proporre delle riflessioni assolutamente attuali sul cristianesimo e quella spiritualità religiosa popolare che tanto lo affascina. Si rifà alla pittura manierista cogliendone tutte le sfumature e contraddizioni che consapevolmente fa proprie. Il mondo classico e le suggestioni novecentesche si intrecciano continuamente nella produzione del poeta, influenzandosi e risignificandosi a vicenda, in una lettura assolutamente attuale ed eterna del mito e dell’arte.
"Nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive. Noi, insieme, viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è sempre intessuta di sopravvivenze. Nel caso che stiamo ora esaminando [La ricotta] ciò che sopravvive sono quei famosi duemila anni di ‘imitatio Christi’, quell'irrazionalismo religioso. Non hanno più senso, appartengono a un altro mondo, negato, rifiutato, superato: eppure sopravvivono. Sono elementi storicamente morti ma umanamente vivi che ci compongono. Mi sembra che sia ingenuo, superficiale, fazioso negarne o ignorarne l'esistenza. Io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono duemila anni di cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono il mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il monopolio del Bene". (Pier Paolo Pasolini 1961)
IV
(3 - 10 novembre 2025)
La longevità è un argomento di grande interesse e ricerca negli ultimi anni. Vivere a lungo è il desiderio di molti, ma la vera chiave non è solo la durata della vita, bensì la qualità di essa. Nei recenti studi demografici, si è passati a una nuova definizione che non considera solo gli anni vissuti, ma anche il benessere fisico, mentale e sociale durante il corso della vita.
Per seguire una sana alimentazione occorre probabilmente modificare alcune delle nostre abitudini. Questo implica riscoprire il valore del buon cibo, quello genuino e nutriente, e allontanarsi da quello processato e ricco di zuccheri. La qualità del cibo che consumiamo può influenzare notevolmente il nostro stato di salute. Parallelamente, è cruciale integrare l’attività fisica nella nostra vita quotidiana. L'esercizio regolare non solo aiuta a mantenere un peso sano, ma promuove anche la salute cardiovascolare, migliora la forza muscolare e aumenta la mobilità.
Il nostro benessere non deriva comunque solo da ciò che mangiamo o da quanto ci muoviamo, ma anche dalle relazioni che costellano la nostra vita. Il supporto sociale, la socializzazione e il semplice fatto di entrare in contatto con gli altri possono avere effetti straordinari sulla nostra salute mentale e fisica. Riscoprire il valore delle interazioni umane, dedicare tempo alle amicizie e alla famiglia, e partecipare a comunità o attività sociali sono elementi chiave per una vita lunga e soddisfacente.
Non possiamo trascurare inoltre l'importanza del riposo e del recupero. In una società sempre più frenetica, dedicare spazio al relax e al recupero è fondamentale. Tecniche di rilassamento, come meditazione, yoga o semplicemente momenti di tranquillità, possono contribuire a ridurre lo stress e a migliorare la qualità del sonno, entrambi essenziali per una salute duratura.
Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è la necessità di effettuare controlli periodici, i “tagliandi” della nostra salute. Questi comprendono analisi del sangue, esami strumentali e visite mediche regolari. È fondamentale stabilire un dialogo aperto e continuo con il nostro medico, per valutare se ci siano carenze nutrizionali o necessità di integrazioni vitaminiche e minerali. La prevenzione è sempre la miglior strategia per affrontare le problematiche legate alla salute.
Nei nostri incontri all’OASI, sono stati approfonditi vari aspetti cruciali per una vita sana. Si è parlato di macro e micronutrienti, e si è evidenziato come il metabolismo influisce sulla nostra energia e sul nostro peso, e come l'esercizio fisico aerobico e anaerobico ci aiuta a rimanere attivi e in forma. Invecchiamento e Strategie di Rallentamento Inoltre, esploreremo alcune delle ipotesi riguardanti il processo di invecchiamento. Comprendere infine come e perché il nostro organismo invecchia è essenziale per formulare strategie che possano effettivamente rallentare questo inesorabile processo. Ci sono approcci nutrizionali, stili di vita e pratiche che possono contribuire a un invecchiamento sano e attivo.
Dunque l'obiettivo, per ciascuno di noi, dev’essere quello di avere idee chiare su quale sia la strada migliore da intraprendere per una longevità in salute. Conoscere noi stessi, adottare abitudini sane e mantenere relazioni significative sono ingredienti fondamentali per costruire una vita non solo lunga, ma soprattutto piena di salute, serenità e soddisfazione. Dobbiamo essere noi i veri protagonisti della nostra vita, capaci di prendere consapevolmente le decisioni migliori che favoriscano il nostro benessere e ci accompagnino verso un futuro migliore.
(17 novembre 2025)
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Amiche e amici, preparatevi: questo è un viaggio nella terra magica dei modi di dire italiani, quel posto dove Achille convive con i polli, i lupi parlano, gli struzzi mettono la testa sotto terra e… piove sul bagnato. Sempre.
La scienza che studia tutto questo? L’etimologia.
La scienza che capisce davvero da dove vengono certe frasi? Nessuna.
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Tutti abbiamo un punto debole… e Achille ci ha lasciato in eredità il suo.
Non contento, ci ha lasciato anche il tendine.
Altro che influencer:
Uno che ha veramente fatto strada.
Tutte, ovviamente, portavano a Roma.
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Tutte le strade portano a Roma
I Romani costruivano strade come noi costruiamo rotatorie: ovunque.
E così è nato il motto che tutti conosciamo.
Peccato che, oggi, le uniche strade certe per Roma siano quelle… in coda.
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È quando rimani pietrificato dallo stupore.
Gli antichi avevano la versione deluxe: la moglie di Lot.
Noi la versione moderna: il conto della luce.
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Lo scherzo da prete e il boccone del prete
Il boccone del prete è la parte più buona del pollo.
Lo scherzo da prete… la parte meno buona della vita.
E ricordate: l’abito non fa il monaco, ma aiuta a non prendere freddo.
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Oggi lo diciamo noi davanti al buffet: “Ho già mangiato tanto… vabbé, facciamo 31”.
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"Parigi val bene una messa"
Eh sì, a volte bisogna fare piccoli compromessi.
Enrico di Navarra lo fece per diventare re di Francia.
Noi lo facciamo per ottenere il Wi-Fi gratis.
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Una cattedrale nel deserto
Opera grandiosa, costosissima… e completamente inutile.
Quasi come il ponte sullo stretto.
Tipo comprare il tapis roulant e usarlo per stendere i panni.
Un classico.
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Significa affrontare i problemi.
A Venezia erano più drastici: al toro gli tagliavano direttamente la testa.
Per fortuna oggi ci limitiamo alle metafore.
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Andare ... in vacca
Quando le cose finiscono male.
E spesso succede subito dopo aver detto con ottimismo:
“Che mai potrà andare storto?... Io posso!”
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Latte di gallina, stomaci da struzzo
Il latte di gallina non esiste, ma noi lo cerchiamo comunque.
Lo stomaco da struzzo? Lo hanno quelli che digeriscono tutto.
E lo struzzo, quando ha paura, nasconde la testa e pensa di essere invisibile.
Come certi studenti quando chiedi: “Chi vuole venire alla lavagna?”
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È il pianto finto.
Di solito appare dopo: “Non mangio più dolci da lunedì”.
Segue pianto e… una fetta di torta.
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Tempo da lupi, fame da lupo, il lupo perde il pelo ma non il vizio.
E poi il più importante di tutti: In bocca al lupo!
Risposta corretta? “Crepi!”
Risposta alternativa? “Grazie, ma preferirei un caffè”.
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Piangere come un coccodrillo
Perché, ricordiamolo, piove sul bagnato.
E quando piove sul bagnato, non solo ti capita una sfortuna…
... ma viene giù proprio a secchiate.
Pascoli lo sapeva benissimo.
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Letteralmente: parlare senza senso.
Origine? Probabilmente il suono “fanf-fanf”, usato anche per le fanfare.
Quindi sì, quando uno parla a vanvera, sta praticamente suonando ... la 'trombetta'
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Conclusione
I modi di dire italiani sono un mix esplosivo di storia, animali, santi, re, navigatori, artisti, politici, disgrazie, prese in giro … e una buona dose di fantasia.
Sono la prova che, a volte, la lingua parla più di noi.
(Marina)
(24 novembre 2025)
di Tim Burton (2005)
Tim Burton, regista americano dallo stile inconfondibile e maestro di una poetica che esalta l'alterità e l'irregolarità, firma con La Sposa Cadavere (2005) un film d'animazione che non è solo una fiaba gotica, ma anche un raffinato racconto sull’amore, il destino e la morte. Ispirato a un'antica leggenda folkloristica ebraica, Burton ambienta la sua storia nel XIX secolo, ricreando una realtà vittoriana che si intreccia con elementi di magia e inquietudine. Il risultato è un'opera che riesce a mescolare malinconia, humor nero e drammaticità in un affresco profondo, ricco di significati e capace di suscitare emozioni contrastanti.
La vicenda ruota attorno al giovane Victor Van Dort, un ragazzo insicuro e maldestro, destinato a sposare la ricca e timida Victoria Everglot in un matrimonio combinato dai rispettivi genitori. Nonostante l'apparente freddezza della situazione, tra i due scatta una scintilla di vero amore, ma Victor è talmente nervoso che, durante le prove della cerimonia, commette un errore che ritarda l'unione. Alla ricerca di conforto e per esercitarsi a recitare il giuramento nuziale, si rifugia in una foresta, dove, in un'improvvisa e incredibile circostanza, finisce per "sposare" involontariamente Emily, una donna morta da secoli che risorge dal suolo come un cadavere vestito da sposa. Emily, infatti, intende far rispettare la promessa di matrimonio che Victor ha inconsapevolmente fatto, portandolo nel mondo dei morti.
Nel frattempo, nel mondo dei vivi, Victoria si ritrova costretta a sposare il misterioso Lord Barkis, mentre Victor si trova intrappolato in un mondo parallelo e minacciato da un destino che non riesce a comprendere. Questo è solo l'inizio di un viaggio che porterà Victor a confrontarsi con due mondi completamente opposti ma incredibilmente intrecciati: quello dei vivi, caratterizzato dalla convenzione e dalla mediocrità, e quello dei morti, dove la vita è permeata di libertà e creatività.
L'amore, la morte e l'alterità
Una delle chiavi di lettura più interessanti di La Sposa Cadavere è la sua riflessione sull'alterità e sull'identità, che diventa un tema ricorrente nel cinema di Tim Burton. Il film esprime una visione profondamente dualistica: il mondo dei vivi e quello dei morti sono opposti, ma inestricabilmente legati. La Sposa Cadavere si basa su un concetto fondamentale della poetica burtoniana, come l’identità sia inestricabilmente legata all’alterità. I vivi sono quelli che rifiutano l’alterità, ignorando o temendo ciò che non si conforma ai loro schemi, mentre i morti, lungi dall’essere semplicemente "spaventosi", vivono in una dimensione di libertà, espressività e felicità.
Burton esplora questo contrasto con una forza visiva straordinaria. Il mondo dei vivi è cupo, grigio e rigido, tanto nei tratti fisici dei personaggi quanto nella loro psiche. I vivi sono intrappolati in un sistema di convenzioni e ripetizioni. In contrapposizione, il regno dei morti è vivo di colori vibranti, di corpi che si scompongono e ricompongono come pezzi di un giocattolo, e di un tempo che scorre liberamente, senza limiti.
Questa opposizione, tuttavia, non è totale, ma piuttosto complementare. Emily, la protagonista indiscussa del film, è la figura che più di ogni altro riesce a superare i confini tra questi due mondi. Emily è una vera "diva dark", il personaggio che più di tutti evolve nel corso della narrazione.
La sua lotta contro la morte e la sua ricerca di giustizia non si limitano alla sua condizione personale, ma si intrecciano specularmente con quella di Victoria, che, pur essendo in vita, diventa a sua volta vittima delle manipolazioni di Lord Barkis, un uomo che incarna l’avidità e il tradimento. È qui che Burton suggerisce un'altra riflessione profonda: il confine tra vita e morte non è mai così netto come potrebbe sembrare. Le storie dei vivi e dei morti sono interconnesse, e l’amore – nella sua forma più pura – può trascendere le barriere che separano i due mondi.
L'umorismo dark e la malinconia
Una delle caratteristiche più distintive del film è il suo umorismo nero, che, pur trattando temi profondi e talvolta dolorosi, riesce a mantenere un tono giocoso e paradossale. L'ironia sottile e le canzoni divertenti diventano strumenti perfetti per raccontare una storia che, pur trattando di morte e tragedia, riesce a coinvolgere lo spettatore con una leggerezza apparente.
Burton prova ad esplorare la relazione tra vita e morte, dando vita a un mondo in cui "la vita non può esistere senza la morte". Emily, come personaggio, non è solo una figura tragica, ma anche una metafora della liberazione attraverso la morte. Il suo corpo, che si trasforma in una miriade di farfalle nel finale, è l’emblema della sua emancipazione: un passaggio da una vita “normale” e rigida a un’esistenza di pura libertà, oltre i confini della morte stessa.
La Sposa Cadavere è una delle opere più riuscite di Burton, in cui l'inquietudine tipica del suo cinema si sposa con un’intensa riflessione sull’amore, sull’identità a confronto con l’alterità. Attraverso il contrasto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, Burton ci invita a riflettere sul significato dell’esistenza e sulla nostra relazione con la morte, suggerendo che l’amore, nella sua forma più pura e incondizionata, è capace di trascendere ogni barriera. Emily, la sposa cadavere, diventa così non solo una figura triste assetata di riscatto, ma un simbolo di liberazione e di speranza in una realtà dove la vita e la morte non sono più due dimensioni separate, ma facce della stessa medaglia.
Con la sua estetica gotica, la sua storia di amore tragico e il suo umorismo spiazzante, La Sposa Cadavere rimane uno dei film più interessanti di Burton, capace di unire il funereo e il poetico nel gioco di una riflessione universale che ancora seduce e incanta.
(1 dicembre 2025)
Opportunità e Sfide Etiche, Sociali ed Economiche
Oggi, l'IA è integrata in innumerevoli aspetti della nostra vita quotidiana, dai motori di ricerca e assistenti vocali ai sistemi di diagnosi medica e veicoli a guida autonoma. Il mercato italiano dell'IA ha registrato una crescita significativa, trainata dall'adozione della Generative AI nelle imprese. Questa rapida evoluzione porta con sé la necessità di comprendere e gestire le sue conseguenze.
L'uso diffuso dell'IA solleva complesse questioni di carattere etico:
· Gli algoritmi di IA apprendono dai dati, che possono riflettere e persino amplificare i pregiudizi esistenti nella società, portando a discriminazioni sistemiche in ambiti come l'assunzione o l'accesso al credito.
· Determinare chi è responsabile in caso di errori commessi da un sistema autonomo è una sfida legale e morale. È fondamentale promuovere la trasparenza e la spiegabilità dei processi decisionali dell'IA.
· L'IA richiede l'elaborazione di enormi quantità di dati, sollevando preoccupazioni sulla privacy e sulla sicurezza delle informazioni personali.
Implicazioni Sociali
A livello sociale, l'IA ha il potenziale per migliorare la qualità della vita, ma presenta anche rischi significativi:
· L'IA impatterà quasi il 40% dei posti di lavoro a livello globale, sostituendo alcune mansioni e creandone di nuove. Saranno necessarie politiche di formazione e riqualificazione per gestire la transizione e prevenire un impoverimento della popolazione.
· L'IA generativa può essere utilizzata per creare contenuti falsi in modo rapido e convincente, esacerbando la disinformazione e la polarizzazione sociale, considerate tra le principali minacce globali a breve termine.
· È necessaria una governance inclusiva che coinvolga le parti sociali per garantire che lo sviluppo dell'IA sia allineato ai valori umani e non aumenti le disuguaglianze.
Implicazioni Economiche
Dal punto di vista economico, l'IA è un motore di crescita, ma solleva interrogativi sulla distribuzione della ricchezza:
· L'adozione dell'IA potrebbe generare una crescita significativa del PIL globale nei prossimi 10 anni.
· C'è il rischio che i benefici economici dell'automazione e dell'IA si concentrino nelle mani di pochi, aumentando le disuguaglianze economiche se non accompagnati da adeguate misure redistributive.
L'intelligenza artificiale oggi rappresenta una rivoluzione con immense potenzialità. Affrontare proattivamente le sue implicazioni etiche, sociali ed economiche, attraverso un dialogo aperto e una regolamentazione ponderata (come l'AI Act dell'UE), è cruciale per garantire un futuro in cui l'IA sia al servizio dell'umanità.

Roberto Cecere
(15 dicembre 2025)
Per i boschi degli etimi mediterranei
L'indagine etimologica ci offre ampie prospettive su come le culture antiche percepivano la donna. Nell'antica Roma, il termine "donna" deriva da domina, letteralmente "signora" della domus (la casa, il focolare domestico), sottolineando il suo ruolo centrale nella sfera familiare.
Nell'Ellade, il termine γυνή (gyné) è linguisticamente connesso a radici significative che ne evidenziano un legame primordiale con la natura e la conoscenza: la consonante γ (gamma) ricorre in γῆ (terra), γίγνομαι (nascere) e γιγνώσκω (conoscere), associando la donna alla fertilità della terra, alla nascita e alla saggezza.
Nell'ebraismo biblico, la distinzione tra ish (uomo) e isha (donna) svela un'interessante connessione con gli elementi primari. La parola isha contiene esh (fuoco) e yah (Dio), suggerendo che la donna rechi in sé una scintilla divina e l'ardore della vita, un'essenza dinamica e quasi sacra.
In natura: forza e fragilità
La percezione comune ha spesso etichettato l'uomo come "sesso forte" e la donna come "sesso debole" o “secondo sesso”. La biologia moderna sembra ribaltare questa prospettiva. Il corredo genetico femminile, caratterizzato dal doppio cromosoma X, determina un organismo spesso più resiliente. Questo assetto è predisposto alla funzione riproduttiva e dotato di un sistema endocrino e immunitario intrinsecamente più robusto, capace di resistere meglio agli agenti patogeni a protezione della maternità. La donna, in realtà, è portatrice della forza creativa della natura, essenziale per la conservazione della vita stessa.
Il Pianeta Donna e l' 'Archetipo Femminile'
Nella donna si racchiude il mistero dell' "eterno femminino" (das Ewig-Weibliche), concetto immortalato da W. Goethe e splendidamente rappresentato da Auguste Rodin nella sua scultura "Idol Éternelle" del 1890.

La donna, primo e ultimo amore, dal primo vagito all'ultimo sospiro. Signora dell'immaginazione e regina della fantasia, specchio in cui si riflettono i mille volti dell'esistenza, enigma del tempo e delle metamorfosi, custode dei segreti della vita.
La "M" di mater, rivela la ma-dre ter-ra, la terra che, fecondata, produce e dona la vita, e si manifesta nelle labbra del neonato che succhia il latte dalla mammella, prima fonte di nutrimento vitale. Nella donna-madre risiede l'imprinting, il modello base di ogni conoscenza, la luce e i colori della mente, l'infinita specularità di tutte le cose che approdano alla nostra coscienza. La donna è l'Alfa e l'Omega, principio e fine, compagna e angelo del nascere e del morire.
C. G. Jung (1875-1961), nella sua Psicologia Analitica, ha descritto quattro archetipi fondamentali del femminile, un fantasma perenne dai mille volti:
· Mater: Inseparabile compagna e guida nell'imbarco all'esistenza, lungo la traversata del viaggio della vita e nell'approdo finale.
· Incantatrice: La Sirena che, con il suo irresistibile richiamo, affascina, incanta, seduce e attrae nel gorgo della vita con il suo mistero ammaliante.
· Sofia: Nel tempo e fuori del tempo, la Diòtima di Socrate, la vera conoscenza, l'intelligenza delle cose e degli eventi, il gusto della sapienza.

"Itaca ti ha dato il bel viaggio, -
che cos’altro ti aspetti?".
(K. Kavafis,1911)
(12 gennaio 2026)

Eppure, abitate, affollate da frammenti di vita quotidiana.
Lí, sogno e realtà si nutrono di verità che diventano volti,
storie, voci, sguardi, racconti, emozioni,
Trasparenza di percorsi interiori
che custodiscono evidenze inedite e coinvolgenti.
Desiderio e pienezza, lacerazione e sazietà, sete,
inarrestabile trasformazione.
Nel silenzio e nel segreto avviene il mutamento,
che si fa stupore, consegna di sé.
Parole semplici che parlano,
perché attraversano un vissuto intriso dal travaglio
Libri e pagine che consegnano libertà a chi osa entrare,
in punta di piedi, nella propria stanza interiore:
lí dove accadono le cose che contano,
nel cuore della vita, gustandone il mistero.
E uscire alla luce.
In un tenue battito d’ali, come di farfalle.
I LIBRI sono fatti di PAROLE

- In latino derivano le parole: ‘Lib-er’ (libero), ‘Lib-ra’ (bilancia), ‘Lib-ido’ (piacere)
- Nelle lingue aglosassoni: tedesco ‘Li-ebe’ (amore), inglese ‘Li-ve’ (vita) e ‘Lo-ve’ (amore)
L’allitterazione della consonante L (sonorità liquida seguita da una gutturale) riconduce alla parola latina “LUX” (luce), di possibile derivazione dal greco “λόγος”, lògos (parola, pensiero).
Nel cervello umano a) si formano e si conservano le sensazioni trasmesse dagli organi di senso, b) queste, in forma di immagini (visive, sonore, olfattive, ecc.) si organizzano in forme significative nell’immaginario (fantasìa), c) e, relazionandosi tra loro, generano i linguaggi (insiemi di segni linguistici) e le lingue sonore, strumenti utili alla comunicazione.
Il linguaggio verbale è costituito primariamente da suoni prodotti dall’organo della fonazione, la laringe. Sette sono varianti sonore (vocali) emesse dalla laringe. Le vocali acquistano particolari sfumature sonore quando si combinano con forme e movimenti dall’apparato orale (con-sonanti) in una varietà di suoni sillabici.
Le singole parole sono il frutto della diversa composizione di gruppi sonori con elementi sillabici.
Un insieme di parole - ordinato in modo convenzionalmente significativo (sintassi) - compone i vari modi del linguaggio logico-verbale.
Le abilità linguistiche fondamentali rappresentative di una corretta comunicazione interpersonale, possono essere descritte in queste quattro azioni progressive:
Procedendo dall’abilità più avanzata, si può affermare che:
- non si può scrivere se non si è bene imparato a leggere
- non si può parlare se non si è in grado di ascoltare.
La scrittura (cioè la rappresentazione con segni grafici di immagini, pensieri e parole) è una felice invenzione nella storia umana risalente al 5°-4° millennio a C. (in Mesopotamia, oggi Iraq). La raccolta e la conservazione di messaggi codificati fisicamente su oggetti idonei - muri, pietre, tavole, fogli di papiro, carta… - per mezzo della scrittura, ha portato alla creazione dei libri.
La scintilla etimologica ‘lib-‘ di ‘liber’, come si è visto, illumina di significati convergenti parole come “Liber-tà” (attitudine alla ri-creazione), “Libr-o”(strato protettivo sotto la scorza degli alberi), “Libr-a” (bilancia equilibratrice), “Lib-are” (dissetarsi, bere, brindare), “Lib-enter” (con piacere, volentieri), “Libr-arsi” (spiccare il volo).
Il corredo lessicale appena esplorato induce a considerare la lettura dei libri come uno dei migliori nutrimenti dell’anima. Il libro infatti è sempre una finestra aperta che consente di guardare lontano, una lampada accesa lungo il viaggio dell’esistenza attraverso le oscurità quotidiane, un luogo d’incontri, e, finalmente, … ali per volare.
Se i libri volano, anche noi possiamo volare con i libri
“Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti,
“Li interrogo e mi rispondono. E parlano e cantano per me.
(perché il malato d’ignoranza, ignora di essere malato, e continuerà a credersi sano!)
Tu, continua a sognare.
(19 gennaio 2026)
“Picnic ad Hanging Rock”: il libro e il film
Siamo in Australia: è il 14 febbraio 1900, un sabato primaverile agli inizi del nuovo secolo. Per il collegio femminile Appleyard è un giorno importante: oltre ad essere San Valentino, le ragazze sono in agitazione per la gita prevista alla Hanging Rock. Sono da sempre rinchiuse nelle mura dell’istituto, costrette a seguire pesanti e noiose lezioni, quindi l’uscita diventa la scusa per esibirsi in uno splendore unico e innocente. Momento per dare sfoggio alla loro sensualità e bellezza.
Pare che la roccia vulcanica da visitare eserciti fin da subito un forte richiamo su Miranda, Marion, Irma e Edith. Una volta raggiunto il masso, inoltratesi nella scalata, comprendono quanto il cuore della roccia sia misterioso e terribile. Le ragazze, insieme ad una loro insegnante, Greta McCraw, spariscono: è come se il monte le avesse prese con sé, ingoiate nel suo ventre, prigioniere di una terra atemporale, nascosta e sconosciuta. Il mistero non troverà mai soluzione.
Picnic a Hanging Rock dell’autrice australiana Joan Lindsay (1896-1984) fu pubblicato nel 1967. Come è noto, la trama è, con ogni evidenza, fittizia. Peter Weir - il regista del film - segue rigidamente il racconto romanzesco, facendone combaciare i dettagli quasi alla perfezione. Basti notare come i luoghi australiani raggiungono la massima visibilità nel film, mostrando la loro “indomita natura”; come la claustrofobia collegiale è rappresentata sapientemente da un’atmosfera cupa e oppressiva; come le attrici riescono a rappresentare le anime turbate delle protagoniste. Perfino i costumi d’epoca, l’impressionismo degli sfondi, gli stilemi prerafaellici che disegnano le figure delle collegiali adolescenti, finiscono per evocare enigmatiche inspiegabili trascendenze. Probabilmente quegli stessi spiriti soprannaturali della montagna divina che cercano di riappropriarsi di quei i corpi così sensuali e assetati che cercano di penetrare nella sua eterna dimensione.
Il libro di Joan Lindsay era composto da diciotto capitoli, con un finale che forniva una spiegazione della scomparsa delle tre ragazze sulla roccia e del ritrovamento di Irma. Per ragioni commerciali, l’editore aveva chiesto alla Lindsay di rimuovere l’ultimo capitolo, e la Lindsay aveva acconsentito, lasciando al suo agente il compito di pubblicarlo dopo la sua morte. Il capitolo è stato pubblicato postumo nei paesi anglosassoni nel 1986, come The Secret of Hanging Rock. Ma l’autrice, ancora, non aggiunge più di tanto a chiarimento di quanto già raccontato, salvo un pensiero del poeta E.A. Poe:
« What we see and what we seem are but a dream, a dream within a dream. »
(“… Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo non è che un sogno dentro un sogno”)

La poetica del film di Peter Weir (da Germano Innocenti)
Il film si apre coi solari riti di vestizione di un gineceo collegiale: le ragazze, come tutte le nobildonne europee di fine Ottocento parlano francese, citano Verlaine e Shakespeare, conservano rose e scrivono poesie, si struggono per i loro amanti immaginari, e coltivano un platonico lesbismo: è il trompe l’oeil della vita che le aspetta, in Oceania o nel Vecchio Continente, e l’istituto che le ospita, con le lezioni di musica e cucito, ne custodisce e intrappola la libido: saranno il sogno, e il sonno come rito di passaggio, cari entrambi alla cultura aborigena, a dischiudere le porte di un flusso circolare di coscienza, lontano dal pragmatismo di matrice anglosassone.
Nel loro svanire, Miranda e Marion, non moriranno mai, ma si cristallizzeranno nell’energia onirica senza tempo, al di fuori della Storia e della Ragione.
Il capolavoro di Weir è una critica sociale al colonialismo (e al classismo) inglese, al ruolo subordinato della donna (che nell’adesione panica alla natura, rinuncia alla sua funzione di musa, in funzione di quella di cacciatrice/sacerdotessa), ma «Picnic a Hanging Rock» è anche un monito all’incomprensibilità della vita e all’importanza del mistero. («Tu lo sai che le piante si muovono»? dice il giardiniere al giovane Albert accarezzando una felce che incredibilmente risponde torcendosi come ali di farfalla.)
I bellissimi esterni che ricordano la colazione sull’erba di Manet e, in alcuni passaggi, l’abilità pittorica di un Corot, la malinconia del flauto di Pan che accompagna le immagini, stridono nell’attimo in cui si raggiungono le gole iniziatiche di Hanging Rock: la rappresentazione si scontra col mistero, pagano e inaccessibile, delle rocce simili a volti dalla fisionomia aggrottata, custodi di un’escatologia senza tempo.
Nell’era delle ‘competenze’ e del ‘saper fare’, della digitalizzazione a tappe forzate e della meccanica dell’algoritmo, il film di Weir ci ricorda l’essenzialità dello spazio vuoto (lezione che gli orientali non hanno mai dimenticato) , lo spazio in cui il mistero del sogno ci mette in contatto con regioni del nostro corpo che non possono essere acquistate né vendute, geolocalizzate o tracciate. Là dove Miranda e Marion hanno trovato segni e non segnali
(Da “Mondo Scuola, 14.9.2021)
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Portata alla luce anche dalla scrittrice Michela Murgia, l’Accabadora è una figura enigmatica e misteriosa della cultura sarda che continua a suscitare dibattiti e riflessioni sulla vita e sulla morte.
In Sardegna, tra le pieghe della sua storia ricca e complessa, si cela un’antica figura conosciuta come l’Accabadora. Questa donna dal ruolo enigmatico ha suscitato fascino e interrogativi per secoli, rappresentando un aspetto unico della cultura sarda.
L’Accabadora, nel libro omonimo della Murgia, emerge evocando un’atmosfera carica di mistero, invitandoci a esplorare le sfumature più profonde del rapporto tra vita e morte.
L’origine del termine Accabadora
La “femina accabadora“, conosciuta anche come “femina agabbadòra” o più semplicemente “agabbadora” o “accabadora“, è una figura della tradizione sarda, anche se non esiste una prova storica definitiva che confermi la sua esistenza.
L’etimologia del termine si intreccia con le radici linguistiche sia del sardo, attraverso l’espressione “s’acabbu“, che significa “la fine“, sia dello spagnolo, con il verbo “acabar“, che significa “terminare“. Per questo il termine “Accabadora” è comunemente tradotto come “colei che finisce“, riflettendo la funzione primordiale di questa figura, che era quella di porre fine alla vita di persone in condizioni di malattia terminale, su richiesta dei familiari o della stessa persona malata.
Chi era l’Accabadora?
L’Accabadora incarnava un ruolo ambivalente: da un lato, era vista come una figura compassionevole, che alleviava le sofferenze dei morenti ponendo loro fine attraverso l’atto di “finire” il loro dolore; dall’altro, generava anche una sorta di timore reverenziale, poiché deteneva il potere di decidere quando e come una persona avrebbe concluso il proprio percorso terreno.
L’Accabadora è stata oggetto di studio e dibattito nel corso del tempo, ma la sua esistenza è ancora oggi oggetto di controversia. Molti studiosi, a causa della mancanza di prove concrete, la ritengono una figura leggendaria. Secondo loro nel tempo si è verificata una sovrapposizione con altre figure femminili che svolgevano un ruolo di conforto nelle famiglie con malati terminali. Queste donne offrivano sostegno e compagnia ai malati senza però avere il compito di porre fine alla loro vita. L’elaborazione mitica potrebbe derivare dalla pratica sarda di utilizzare racconti fantastici per suscitare timore e rafforzare la disciplina sociale.
Chi invece crede nella sua esistenza ritiene che la pratica fosse plausibile, specialmente nelle comunità rurali isolate, dove le famiglie si trovavano ad affrontare numerosi problemi di assistenza a cari malati e non autosufficienti. In tali contesti, l’accesso agli ospedali poteva essere limitato, e quindi le difficoltà di prendersi cura del malato maggiori. La mancanza di prove concrete viene invece attribuita al fatto che, secondo i racconti, l’Accabadora non richiedeva alcun compenso per il suo servizio, poiché ricevere denaro per porre fine alla vita di una persona era considerato contrario ai principi religiosi e morali. L’Accabadora, dunque, è una figura che ancora oggi continua a suscitare interesse, sollecitando interrogativi e riflessioni. Numerosi sono infatti gli storici e gli artisti che hanno tentato di cogliere l’implicazione culturale e i significati più profondi. Tra questi, spicca il libro di Michela Murgia, che è riuscita a offrire uno sguardo approfondito e ricco non solo sulla figura dell’Accabadora ma anche sulla cultura sarda.
Il ruolo dell’Accabadora nella cultura italiana: il libro di Michela Murgia
Della figura dell’Accabadora si è quindi occupata anche Michela Murgia nel suo romanzo omonimo. Pubblicato nel 2009 per Einaudi e vincitore di numerosi premi, tra cui il Super Mondello e il Premio Campiello, il libro racconta la storia di Bonaria Urrai, che nella Sardegna degli anni ’50 si trova a svolgere il ruolo di “Accabadora”, e di Maria Listru, sua “filla de anima”, ovvero bambina che le viene affidata perché la famiglia non è in grado di provvedere al suo mantenimento.
Il romanzo di Michela Murgia si trova dunque ad affrontare due temi importanti: da un lato la maternità “d’anima”, dall’altro quello della morte, offrendo allo stesso tempo uno sguardo intimo e coinvolgente sulla vita nelle comunità rurali sarde.
Un intreccio e un contrasto, quello tra maternità e morte, che è sintetizzato dalla figura di Bonaria: sebbene associata alla morte, la donna assume un ruolo materno nei confronti di Maria e delle persone di cui è costretta a prendersi cura, offrendo conforto e protezione in un momento difficile.
Questo duplice aspetto, cuore del romanzo, mette in luce il conflitto interiore di Bonaria tra la sua funzione sociale e la sua natura materna, evidenziando più in generale la complessità della vita e anche delle relazioni umane. E rispecchiando quindi fedelmente tutte le contraddizioni che questa leggendaria figura incarna.
L’Accabadora come riflessione sull’eutanasia
Il mito dell’Accabadora sarda, figura che avrebbe avuto il compito di porgere fine alle sofferenze dei morenti, solleva questioni cruciali sul fine vita. Indipendentemente dall’esistenza effettiva di questa figura, il suo ruolo stimola numerose riflessioni su tematiche quali l’autonomia individuale, il diritto alla libertà di scelta e l’umanità nella gestione del dolore e del fine vita.
Quel che è certo è che la discussione su tali temi deve partire dalla conoscenza approfondita dei termini e delle loro implicazioni. Per questo occorrono oggi risorse informative e approfondite su argomenti sensibili come l’eutanasia, la sedazione palliativa, la differenza tra malattia terminale e inguaribile. In un mondo dove le questioni legate al fine vita sono sempre più presenti, una comprensione chiara e accurata di queste tematiche può contribuire a dissipare confusione e fraintendimenti, consentendo una discussione più informata e rispettosa.
(dal web, VIDAS 14.3.2024)
L’Antico Egitto affascina chiunque abbia un minimo di passione per la storia, per la cultura, per la matematica, per la scienza, ma anche per il mistero e le leggende. Ecco perché una passeggiata nella terra degli Antichi Egizi è sempre l’occasione per imparare qualcosa di nuovo, perché, a ogni passo, si incamerano nuove informazioni, esperienze e tante emozioni.
Per raggiungere i più notevoli siti archeologici, i templi e le isole dell’Egitto classico, conviene partire da alcune città, come Il Cairo o Luxor o Abu Simbel. La nostra passeggiata comincia allora da Il Cairo.
La Piana di Giza: le piramidi e la Sfinge
Le tre principali piramidi di Giza, si trovano appena fuori Il Cairo: quella di Cheope, la più grande, è l’unica delle Sette Meraviglie del mondo antico ancora esistente e l’unica in cui è possibile entrare e, vicino a questa quella di Chefren, la media, e quella di Micerino, la più piccola. Le piramidi spuntano dalle sabbie del deserto e catalizzano lo sguardo a 360 gradi quando si visita il sito nel bel mezzo del deserto. Appartenute rispettivamente a padre, figlio e nipote, tutti faraoni, in realtà sono più di tre perché a fianco di ciascuna ce ne sono altre due appartenenti alle regine e alle principesse. Inoltre, ogni grande piramide aveva una piramide satellite più piccola, usata per il culto solare o ad altri culti. In più, l’altopiano è pieno di mastabe ovvero tombe rettangolari appartenenti agli alti funzionari, ai sacerdoti e ai familiari dei faraoni. In totale, infatti, nell’area di Giza si contano più di cento strutture funerarie tra piramidi principali, piramidi minori e mastabe.

La Sfinge, uno dei simboli dell’Egitto classico, secondo alcuni esperti egittologi, fu fatta costruire dal Faraone Chefren. La Sfinge è lunga circa 73 metri e alta 20. Raffigura un leone sdraiato con volto umano, simbolo di forza e saggezza. Si tratta della più grande statua monolitica dell’antichità. Sono tante le teorie su questo monumento. La posizione in cui si trova dovrebbe servire a vegliare sulle piramidi, in particolare su quella di Chefren e lo stesso volto rappresentato potrebbe essere quello del Faraone. Si dice anche che fosse legata al culto del Sole, dal momento che è rivolta verso Est.
Il ‘Grand Egyptian Museum’ (GEM)
Il nuovo museo egizio, Grand Egyptian Museum (GEM), che sorge davanti alla Piana di Giza, è sto inaugurato in occasione del 103° anniversario della scoperta della Tomba di Tutankhamon avvenuta nel 1922 da parte dell’archeologo inglese Howard Carter. Si tratta certamente di uno dei musei più interessanti del mondo, non soltanto per ciò che espone (100mila pezzi di una rara bellezza e importanza storica), ma anche per la sua spettacolare architettura, per la location in cui si trova, per le costanti simbologie che rimandano all’Antico Egitto e perché è fruibile da tutti, anche da bambini e persone con difficoltà motorie.

Il GEM è il più grande museo al mondo dedicato a una sola civiltà, quella egizia. Ospita manufatti che raccontano la ricchissima storia d’Egitto, dal periodo preistorico fino all’epoca romana. Dal vecchio Museo Egizio del Cairo sono stati trasferiti al GEM i principali oggetti e le più importanti mummie (molti ricorderanno la famosa parata di mummie avvenuta in periodo di pandemia trasmessa da tutti i Tg del mondo), tranne il tesoro di Tutankhamon. Il vecchio museo che non chiuderà, ma continuerà a ospitare oggetti dell’Antico Egitto, molti dei quali rimasti finora in deposito nei magazzini per mancanza di spazio espositivo.
Il Tempio di Karnak
Questo immenso complesso di edifici religiosi, una delle tappe fondamentali del viaggio in Egitto, si trova a Luxor, l’antica Tebe, proprio sulla riva orientale del Nilo. Non è un semplice tempio, ma un sito che è cresciuto nel corso di 1500 anni. Le prime costruzioni, infatti, risalgono al 2000 a.C.. Ogni Faraone aggiungeva un pezzo. C’è la sala con 134 colonne colossali fatta erigere dai Faraoni Seti I e Ramses II; e ancora gli obelischi, come quello della regina Hatshepsut, e il celebre Viale delle Sfingi lungo due chilometri e mezzo che porta direttamente al Tempio di Luxor.
Il Tempio di Luxor
Questo tempio altrettanto famoso è uno dei luoghi più affascinanti dell’antico Egitto. A differenza di Karnak, che era un enorme luogo religioso, il Tempio di Luxor era più cerimoniale. Anch’esso subì ampliamenti e modifiche nel corso dei secoli da parte dei Faraoni, ma non solo. Costruito da Amenhotep III, nella XVIII dinastia (circa alla metà del 1300 a.C.), fu ampliato da Tutankhamon e da Horemheb. Ramses II aggiunse il grande ingresso con gli obelischi e i colossi. Quando giunsero i Romani divenne un santuario per l’imperatore Augusto e poi anche più tardi una moschea che è tuttora funzionante e che si trova proprio all’interno del tempio.
Il Tempio di Luxor affascina specialmente per il suo ingresso monumentale con i colossi e gli obelischi (oggi ne rimane uno, l’altro è in Place de la Concorde a Parigi), per l’imponente viale di colonne alte quasi 20 metri, per il cortile, ma anche per la panoramica che offre se lo si visita all’ora del tramonto, o la sera quando le statue colossali sono sapientemente illuminate dal basso.
I Colossi di Memnon
Queste due statue colossali di pietra quarzitica sono alte circa 18 metri, e ciascuna rappresenta Amenhotep III. Sono ciò che resta del tempio funerario di questo Faraone, molto probabilmente il più grande tempio funerario mai costruito in Egitto e oggi in gran parte distrutto. In epoca greco-romana, dopo un terremoto avvenuto nel 27 a.C., una delle statue cominciò a emettere un suono al sorgere del Sole, probabilmente dovuto al riscaldamento della pietra fessurata. I Greci associarono questo fenomeno a Memnone, eroe troiano figlio dell’Aurora (dea del sorgere del sole), credendo che la statua emettesse un saluto alla madre. Da qui il nome Colossi di Memnon. Dunque, se per gli Antichi Egizi, le statue rappresentavano il Faraone come guardiano eterno del proprio tempio funerario, per Greci e Romani erano solo una sorta di meraviglia misteriosa: imperatori e viaggiatori famosi si sono recati apposta dai colossi per sentirne la “voce”.
Il Tempio di Hatshepsut
A Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo, davanti a Luxor, si trova uno dei templi più famosi dell’Antico Egitto: il Tempio della regina Hatshepsut. Costruito ai piedi di una falesia calcarea che crea uno sfondo spettacolare, questo luogo è unico nel suo genere in quanto è in parte ricavato all’interno della montagna e si nota il tocco femminile con le tre terrazze - un tempo giardini pensili - collegate dalle rampe processionali che portano a un santuario. I bellissimi rilievi che ancora si possono ammirare raccontano la vita della regina, dalla nascita, generata da Amon, dio della fertilità, alla spedizione al Paese di Punt, forse nel Corno d’Africa, un viaggio commerciale che fece la regina verso questa misteriosa terra da cui tornò con incenso, mirra e piante esotiche.
La Valle dei Re
Il Tempio di Hatshepsut sorge nei pressi della mitica Valle dei Re, il luogo desertico dove sono state scavate le tombe dei Faraoni, tra cui ovviamente quella di Tutankhamon.

Nella Valle dei Re si contano attualmente 65 tombe e camere, ma gli scavi sono sempre in corso. Tecnicamente le sepolture sono indicate con la sigla KV (King’s Valley) e vanno dalla KV1 (quella di Ramses VII) alla KV65. La Tomba di Tutankhamon è la KV62. Per visitarle bisogna attraversare un tunnel, spesso splendidamente decorato con scene di vita dei Faraoni e della vita nell’Antico Egitto, per giungere alle stanze che contenevano giare con olii profumati, cibi e amuleti, il sarcofago contenente la mummia del Faraone e i tesori. Tra le più visitate ci sono le tombe di Seti I, Ramses III, Seti II, Thutmose III e naturalmente “Tutankhamon”, il Faraone oggi più famoso.
La Valle delle Regine
Non lontana dalla Valle dei Re, sula sponda sinistra del Nilo, c’è anche la Valle delle Regine, una necropoli che ospita l’ultima dimora di alcune delle donne più importanti di allora e che hanno lasciato un segno nella storia. Qui le tombe sono circa 80 e vengono catalogate con la sigla QV (Queen’s Valley). Solo alcune sono visitabili. La più famosa è la QV66, la Tomba di Nefertari, moglie prediletta di Ramses II a cui è stato dedicato anche un intero tempio ad Abu Simbel.
Questa tomba è ricca di decorazioni che rappresentano scene del Libro dei Morti, con un bel cielo stellato dorato, ed è considerata la Cappella Sistina dell’antico Egitto, nonché la più bella di tutte le tombe, persino di quelle dei Faraoni. Purtroppo, quando è stata scoperta era già stata saccheggiata dai tombaroli. Oggi, data la preziosità del luogo, solo pochi visitatori vi sono ammessi e solo per pochi minuti.
Il Tempio di Edfu
Tra Luxor e Assuan, a Edfu si trova uno dei templi meglio conservati dell’Antico Egitto nonché il secondo più grande dopo il tempio di Karnak. Rimasto sepolto sotto la sabbia per secoli fino al 1800, quando fu scoperto dal francese Auguste Mariette, fondatore del Museo Egizio del Cairo, è anche uno dei templi meglio conservati. Il Tempio di Edfu è piuttosto “recente” in quanto fu edificato nel 57 a.C., tanto che lo stile architettonico è quello tipico dell’epoca greco-romana.

Poiché era il centro del culto di Horus, il dio falco protettore del Faraone, ogni anno veniva organizzata una festa durante la quale la statua di Hathor veniva portata in processione a Edfu per unirsi a quella di Horus, simbolo dell’unione divina e della fertilità. All’ingresso del tempio sorgono due statue colossali di Horus-falco di granito nero, mentre i rilievi interni - ancora ben leggibili, - contengono testi rituali e astronomici: una vera enciclopedia religiosa del tardo Egitto.
Il Tempio di Kom Ombo
Come il Tempio di Edfu, anche quello di Kom Ombo si trova proprio sulle rive del Nilo. E’ un tempio unico nel suo genere in quanto si tratta di un tempio doppio dedicato cioè a due divinità: Sobek, il dio coccodrillo, legato al Nilo (prima della costruzione della Diga di Assuan il Nilo era pieno di coccodrilli) e Horus il Giovane, figlio di Iside e Osiride, simbolo della regalità e della vittoria sul male.

Ogni lato del tempio ha un santuario, delle sale e delle cappelle proprie, in perfetta simmetria. Fu costruito intorno al 180–145 a.C., ma fu ampliato dai successivi sovrani e persino dagli Imperatori romani come Augusto e Tiberio.
Abu Simbel
Abu Simbel rappresenta uno dei siti archeologici più belli, interessanti e maestosi dell’Antico Egitto, capolavoro assoluto dell’architettura faraonica. La sua storia, anche recente, è a dir poco affascinante. Il complesso monumentale di Abu Simbel che si staglia nel bel mezzo del deserto sulle rive del Lago Nasser testimonia l’apoteosi del regno di Ramses II, che volle realizzare due templi in onore di AmonRa, Ptah, Harmakhis e di sé stesso, oltre al tempio minore realizzato in onore della regina Nefertari, sua sposa prediletta.
I templi, parzialmente scavati nella montagna, e davvero monumentali, sono stati smontati pezzo per pezzo per poi essere ricomposti qualche metro più in alto affinché non venissero sommersi dall’acqua della Diga di Assuan costruita negli Anni ‘60.
Il Tempio di Philae
Il Tempio di Philae, sorge su un’isola raggiungibile solo con delle piccole imbarcazioni a Sud di Assuan. Una volta sorgeva sull’isola di Philae, ma, con la costruzione della Diga di Assuan, anche questo tempio rischiava di essere sommerso, pertanto fu smontato pezzo per pezzo proprio come Abu Simbel e ricostruito su un’altra isola vicina, grazie a una spettacolare operazione promossa dall’Unesco.
Questo tempio è dedicato principalmente alla dea Iside, culto che sopravvisse fino al VI secolo d.C., quando l’imperatore Giustiniano ne ordinò la chiusura. Fu un santuario molto venerato nonché un luogo di pellegrinaggio anche in età imperiale romana. Dopo la chiusura, fu in parte trasformato in una chiesa cristiana. Come ultimo sito archeologico, per la sua posizione e per le colonne che si riflettono sull’acqua, è considerato il più romantico di tutti i templi dell’Antico Egitto.
La Chiusa di Esna e la grande Diga di Assuan
Ci sono altri due luoghi in Egitto che meritano attenzione, in particolare se si effettua una crociera sul Nilo: si tratta di opere architettoniche moderne assolutamente degne di nota. La prima è la Chiusa di Esna che si deve attraversare navigando il Nilo a Sud di Luxor. La chiusa serve a regolare il livello dell’acqua quando devono passare le navi da crociera e le imbarcazioni. Il suo funzionamento è davvero interessante ed è uno spettacolo assistervi. Nel periodo di alta stagione per attraversare la Chiusa di Esna bisogna attendere anche delle ore in coda perché si apre e si chiude per il passaggio di ogni singola nave. La prima opera fu inaugurata all’inizio del ‘900 per regolare il flusso dell’acqua e controllare le irrigazioni, ma dopo la costruzione della Diga di Assuan ne venne costruita un’altra utile principalmente per il passaggio delle navi da crociera.
L’altra grandiosa opera ingegneristica dell’Egitto è la Grande Diga di Assuan di cui gli egiziani vanno molto fieri. La diga fu costruita negli Anni ‘70 con lo scopo di contenere gli allagamenti annuali del Nilo. Voluta dall’allora presidente dell’Egitto Nasser, forma anche un lago che prende il suo nome, il Lago Nasser, su cui s’affaccia il complesso di Abu Simbel. Misura 3,6 km di larghezza e 111 metri di altezza.
Nei riflessi delle acque di questo lago artificiale in cui si specchiano gli antichi templi si conclude la nostra passegiata tra i vividi splendori della terra d’Egitto.
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Johann Wolfgang Goethe (Frankfurt, 1749 – Weimar, 1832)
Johann Wolfgang von Goethe manifestò fin dalla tenerissima infanzia un’intelligenza fuori dal comune e una spiccata predisposizione per lo studio. La sua istruzione, curata e poliedrica, seguì tappe serrate che ne fecero un vero "genio universale".
Già all'età di 6 anni, il giovanissimo Goethe iniziò il suo percorso intellettuale dedicandosi allo studio del latino e del greco, ponendo le basi per la sua futura passione verso la cultura classica.
Compiuti gli 11 anni, la sua sete di conoscenza si espanse verso le lingue moderne e le arti. Imparò l'italiano, il francese, lo spagnolo, l'inglese e persino l'ebraico. Parallelamente a questo incredibile bagaglio linguistico, coltivò anche la sensibilità artistica studiando disegno e pianoforte.
A soli 17 anni, Goethe iniziò la sua carriera accademica. Frequentò inizialmente i corsi di lettere classiche, per poi spostare i suoi interessi verso il diritto, studiando nelle prestigiose università di Lipsia e Strasburgo.
Questa solida e variegata preparazione giovanile fu il pilastro su cui Goethe costruì la sua intera carriera di scrittore, poeta e pensatore, rendendolo una delle figure più influenti della cultura europea.
Dopo gli studi a Strasburgo, tornato a Francoforte, nel 1774 pubblicò il suo primo grande successo: “I dolori del giovane Werther”. Questo romanzo epistolare divenne il primo vero "best-seller" internazionale della letteratura tedesca, trasformando Goethe in una celebrità a soli 25 anni. In questo periodo, egli divenne l'anima dello 'Sturm und Drang' ("Tempesta e Assalto"), un movimento artistico e culturale che esaltava il sentimento e la ribellione contro le regole fisse della ragione.
Nel 1775, su invito del giovane duca Carlo Augusto, Goethe si trasferì a Weimar, dove assunse importanti incarichi politici e amministrativi. Dopo dieci anni di impegni di corte, nel settembre del 1786 partì segretamente per un lungo viaggio in Italia. Visitò città come Verona, Venezia, Roma, Napoli e Palermo. Questa esperienza e in particolare il contatto con l’arte antica e il paesaggio mediterraneo della Sicilia - rappresentò per lui una vera e propria "rinascita” spirituale. "In Italia ho ritrovato me stesso", scrisse poi.
A 37 anni sposò Christiana Vulpius, dalla quale ebbe cinque figli. Ne sopravvisse soltanto uno, Augustus.
L'opera che racchiude l'intera vita di Goethe è il Faust, un dramma monumentale a cui lavorò per circa sessant'anni, completando la seconda parte solo pochi mesi prima di morire. Il capolavoro a cui lavorò per quasi tutta la vita è il Faust. In questo poema in versi, Goethe riassume l'intera esperienza umana: l’eterno anelito (streiben) dell'uomo verso la conoscenza, il patto con il diavolo (Mefistofele), l'errore e il peccato e la finale redenzione. L'opera è considerata uno dei vertici della letteratura mondiale, paragonabile solo alla Comedia di Dante.
Goethe morì a Weimar nel 1832, all'età di 82 anni. Si dice che le sue ultime parole sul letto di morte siano state "Mehr Licht!" (Più luce!).
Goethe non è stato solo un poeta, ma - come afferma la scrittrice inglese George Eliot, - "l’ultimo uomo universale a camminare sulla terra" che ha saputo lasciare al mondo contemporaneo un'eredità che lo consacra come uno dei più grandi intellettuali della storia europea.
PROLOGO
Nel Prologo in cielo, Mefistofele scommette con Dio di riuscire a sedurre Faust, che ha sempre mantenuto una condotta impeccabile. Dio non accetta la scommessa del diavolo, ma gli consente di tormentare il protagonista finché avrà vita, in quanto è convinto che Faust riuscirà a raggiungere la salvezza eterna.
MEFISTOFELE
Son lo
Spirito
Che nega sempre, tutto;
L'astro, il fior.
Il mio ghingno e la mia bega
Turbano gli ozi al Creator.
Voglio il Nulla e del Creato
La ruina universal,
E' atmosfera mia,
E' atmostera mia vital,
Ciò che chiamasi peccato,
Morte e Mal.
Rido e avvento questa sillaba: "No!"
_________________________
I PARTE
Nella prima parte dell’opera il dottor Faust sta attraversando un momento di delusione e sconforto, poiché i suoi studi, per quanto fatica gli costino, non lo soddisfano appieno poiché non gli consentono di svelare i più profondi segreti della Natura. Per riuscire a penetrarli e per placare la sua sete di conoscenza, Faust si è quindi avvicinato alle arti magiche, ma anche questo si risolve nell’ennesimo, clamoroso insuccesso sulla strada della ricerca di un verità ultima.
La tensione sempre insoddisfatta spinge Faust a tentare il suicidio; tuttavia, un attimo prima di bere a un calice avvelenato, sente suonare a festa le campane che annunciano la Pasqua e Faust, risvegliato dal suono festoso, rinsavisce. Quella stessa notte Faust rilegge il Prologo del Vangelo di Giovanni (“In principio era il Verbo”) e intuisce che la traduzione migliore sarebbe quella che sostituisce “azione” a “verbo”.
Mentre è tutto assorto in queste riflessioni, gli si manifesta uno spirito maligno, che si rivela essere Mefistofele e gli propone un patto: fargli conoscere le bellezze del mondo e della vita rispetto all’esistenza di insuccessi ed insoddisfazioni sperimentata finora. Faust, che dapprima è titubante, accetta solo quando gli viene proposto un patto di sangue, la cui posta è la sua stessa anima. Infatti Mefistofele si propone di esaudire i suoi desideri grazie alla magia: se riuscirà a far sperimentare a Faust un godimento tale da fargli pronunciare la frase “Dirò all’attimo: sei così bello, fermati!”, avrà l’esclusiva sul suo spirito. Faust, per sua parte, non teme l’oltretomba e, anzi, ha la ferma convinzione che nulla potrà più dargli gioia una volta terminata la vita terrena, quindi accetta di partire con il diavolo alla ricerca dei più grandi piaceri che il mondo ha da offrire.
Cominciano così le avventure di Faust e Mefistofele. I due si dirigono in una caverna dove vive una strega che dona a Faust una pozione per tornare giovane e bello.
Faust chiede quindi a Mefistofele di aiutarlo a far innamorare di lui la giovane Margherita, una donna innocente e pia di cui si è invaghito e da cui è stato respinto, benché ora sia giovane, bello e nobile.
La sera stessa Faust dichiara amore eterno a Margherita e riesce a conquistarla. La relazione tuttavia non è felice: Margherita si sente inferiore all’amato, mentre Faust sa di averla affascinata con l’inganno e che la loro relazione rappresenterà una rovina per la giovane. Pure Faust procura alla ragazza un sonnifero per far addormentare la madre, e trascorrere con lei un’intera notte d’amore. Ma il sonnifero fornito da Mefistofele è una pozione venefica e la madre rimarrà avvelenata e morirà di lì a poco. Faust fugge lasciando Margherita incinta. Ormai espulsa dalla società per il suo peccato, Margherita impazzisce di dolore e affoga il figlio appena nato, venendo quindi incarcerata e condannata alla pena capitale.
MARGHERITA
L'altra
notte in fondo al mare
Il mio bimbo hanno gittato,
Or per farmi delirare dicon ch'io
L'abbia affogato.
L'aura è fredda,
Il carcer fosco,
E la mesta anima mia
Come il passero del bosco
Vola, vola, vola via.
Faust, preso dai sensi di colpa per il comportamento tenuto con Margherita, aiutato dal diavolo, penetra nella cella di Margherita, che ora, sconvolta dal dolore, rifiuta di seguire l’amato, invoca il perdono di Dio e muore salvata dagli angeli.
II PARTE
La seconda parte del Faust, è incentrata sulle avventure del protagonista nel mondo, con molti riferimenti alla mitologia e cultura classica. Faust ora risiede presso la corte imperiale, dove si innamora della donna più bella del mondo, Elena di Troia, che egli ha evocato dagli Inferi. Faust intravede in lei la forma ideale della eterna bellezza, e si prostra adorante ai suoi piedi.
Ha da lei un figlio, Euforione, che però muore prematuramente, come Icaro nell’omonimo mito, volando con ali di cera verso il sole. Elena si ritira allora negli Inferi con l’anima del figlio, abbandonando Faust.
Faust, ormai vecchio e stanco, si ritira in un feudo costiero ricevuto in dono per i suoi servigi dall’Imperatore. Ma, colto dallo sconforto e dal rimpianto per la sua esistenza devota alla magia e agli inganni di Mefistofele, Faust viene accecato dal demone dell’Angoscia. Decide quindi di dedicarsi ad un’attività utile per la collettività, bonificando una palude dei suoi possedimenti. Durante i lavori, Faust ha l’intuizione di poter dare origine a un popolo libero, felice e dedito al lavoro. Pronuncia così la frase del patto (“Dirò all’attimo: sei così bello, fermati!”). A quelle parole Mefistofele pone fine alla sua vita e reclama la sua anima. Tuttavia, mentre Faust sta per essere trascinato all’Inferno, giungono degli angeli che, per la sua continua tensione all’infinito, salvano Faust per intercessione di Margherita e lo portano in cielo.
"Cantami o Diva...”: l’Iliade di Omero raccontata all’ “Oasi Culturale’ della ‘Bottega delle Maschere’ da Marisa Sarno, docente, attrice, lettrice, corista.
L’incontro rivolge l'attenzione su Omero, il più celebre dei cantastorie dell’antica Grecia, che - raccontando nella sua Iliade appena cinquantuno giorni della guerra tra gli Achei e I Troiani - ci schiera davanti agli occhitutto un mondo di eroi, vigliacchi, usurpatori, padri, mariti, donne amate o asservite, appassionate, trepidanti per la sorte dei loro uomini; dèi litigiosi e di parte, e con le stesse peculiarità caratteriali degli esseri umani. Riesce nel contempo a dipingerci e farci conoscere la civiltà greca madre fondativa della civiltà occidentale e delle culture mediterranee. Ogni sua parola è preziosa perché, mentre rappresenta una risposta alla nostra domanda di conoscenza, piega il nostro cuore alla commozione e al rispetto di ogni identità. Gli eroi omerici sono coraggiosi e ardenti nella battaglia, ma anche creature umanissime dall’animo grande, in cui coabitano l’ira, e la spavalderia, ma anche il sogno, l’ambizione, l’ardimento, e la pietas.
Il racconto di Marisa Sarno come un atto di gratitudine verso il “primo dei poeti”, che ha creato con l'Iliade una vera e propria opera d'arte, attraverso la quale possiamo scorgere I segni di una civiltà esemplare nella varietà contrastanti delle sue componenti: amori e codardie, senso dell’onore e intensità di affetti, rapacità e tenerezze.
(Da Luisa Guarino, in ‘Latina Oggi’ del 15 febbraio 2026)
OMERO
Ritenuto discendente da Orfeo, il poeta Omero visse forse a Chio tra l’XI secolo e l’VIII secolo a. C.
Il suo nome potrebbe derivare da "ὁ μὴ ὁρῶν" (il non vedente, il cieco).
Nell’antichità si attribuivano a Omero un gran numero di composizioni di autori ignoti, ma i filologi alessandrini identificarono come omeriche solo l’Iliade e l’Odissea.
L’ILIADE
L'Iliade tratta la storia del lungo assedio per la conquista della città di Troia da parte degli Achei. Motivo della guerra, Elena moglie di Menelao, re di Sparta, rapita per amore da Paride, figlio di Priamo, il leggendario re di Troia.
Molti e provenienti da diversi paesi, re e guerrieri accorsi a sostenere Menelao nel conflitto con i Troiani.
L’Iliade racconta le vicende di cinquantuno giorni del decimo e ultimo anno di guerra.
I temi principali dell'opera: la guerra, il coraggio degli uomini, l’intervento degli dei, l’onore e l'amor di patria.
IL PERCORSO NARRATIVO
- Il ‘Proemio’ - L’invocazione a Calliope, musa della poesia epica
- La tracotanza di Agamennone e l’ira di Achille
- La morte di Patroclo
- Il duello tra Ettore e Achille
- La morte di Ettore
- Priamo alla tenda di Achille
La figura del Profeta non rappresenta soltanto un ufficio religioso, ma una funzione antropologica e sociale che attraversa le civiltà antiche per giungere, intatta nel suo peso simbolico, fino alla contemporaneità. Se nel linguaggio comune il termine è spesso vittima di un malinteso - ridotto alla figura del "predicatore di sventure" o del "chiaroveggente" - un’analisi più rigorosa ne restituisce l'immagine di una sentinella del presente.
La radice storica e il modello ebraico
Nelle civiltà del Vicino Oriente Antico, il profeta emerge come una figura di confine. Tuttavia, è nel contesto ebraico che questa figura compie un salto qualitativo. Il profeta biblico non è un indovino che svela il fato (concetto estraneo alla libertà biblica), ma un uomo "afferrato" dalla Parola che legge i segni dei tempi.
La sua funzione è essenzialmente critica: egli agisce come una spina nel fianco del potere regale e sacerdotale. Non parla mai di un futuro astratto, ma delle conseguenze concrete delle azioni presenti della comunità di cui egli stesso fa parte.
Il contributo del Novecento: Martin Buber e la responsabilità
L'attualità di questa figura è stata riscoperta dalla filosofia del XX secolo, in particolare da Martin Buber. Per Buber, il profeta è l'antitesi dell'apocalittico.
Mentre l'apocalittico crede in un destino già scritto e immutabile, il profeta annuncia che il futuro resta aperto e dipende dalla libera risposta dell'uomo.
In questa prospettiva, la profezia diventa un appello alla responsabilità storica. Il profeta è dunque colui che vive nella tensione del "tra" (Zwischen): tra Dio e il popolo, tra l'ideale e il reale, spingendo la comunità a non subire la storia come un destino subìto, ma a co-crearla.
L'incrocio tra Religione e Politica
Nel suo libro "La Profezia. Tra religione e politica" (Pazzini Ed., 2025) Pierluigi Valenza intende esplorare proprio questo territorio liminale.
- De-sacralizza il potere, ricordando ai sovrani che la loro autorità è sotto il giudizio di una legge etica superiore
- Rivitalizza la religione, impedendo che il culto si trasformi in vuoto ritualismo, e richiamando costantemente alla giustizia sociale.
In questo senso, il profeta si costituisce come misura critica: egli offre un metro di giudizio che impedisce alla politica di diventare cinica e alla religione di diventare alienante.
Un valore permanente: Oltre il sacro
Oggi, in senso traslato, definiamo "profetica" quella personalità capace di una visione laterale. È colui che solleva lo sguardo oltre le contingenze del mercato o del consenso immediato per scorgere le correnti profonde della storia. La sua è una "coscienza vigile" che, pur restando ai margini del potere formale, ne condiziona l'orientamento attraverso la forza della verità.
Il mondo desolato, invaso da montagne di spazzatura, reliquie di civiltà ormai spente, dove si possono trovare reperti bizzarri come un accendino a pietrina, una VHS che conserva spezzoni di un musical melenso, un cubo di Rubik irrisolto, forchette di plastica, forchette di ferro...
Wall-e non è lo scenario di una vicenda “post-umana”, ma un prodotto d'animazione della Disney.Pixar, sorprendente nel contenuto e eccezionale nella realizzazione tecnica.
Tra i due c'è la scoperta della comunicazione, del piacere della propria diversità, del divertimento, della condivisione. Ma il loro rapporto non è paragonabile alle vicende sentimentali un po' mielose, un po' patetiche delle animazioni Disney; qui c'è poco tempo per dimostrasi affetto, si è travolti dalle “direttive” previste dagli uomini che hanno mandato Eve a cercare qualsiasi tipo di formazione vivente nella devastata terra.
I giornali riportarono la notizia che Anna, tua sorella di appena 17 anni, era giunta in ospedale mezza dissanguata, evidentemente dopo aver partorito. Abitava in casa, quindi i carabinieri arrivarono un pomeriggio d’estate, polverosa e calda, a fare domande. Tu sei stata la chiave di volta. Paffutella, bassina, predestinata a interrompere l’orrore e arrestare l’orco.
Credo che nessuno ti abbia rivolto attenzione ma tu hai pronunciato le parole che lo hanno inchiodato: «Papà ha buttato il bambino lì»
Tu, piccolina, con il moccio al naso, e la tua manina che indica il dirupo scosceso dietro casa, dove l’orco buttava le pelli di coniglio, le piume delle galline, le carcasse degli animali morti, forse qualche gattino appena partorito, tutto ciò che non serve.
E durante un nostro incontro è successo. Mi hai permesso di entrare nella tua vita… Fu per te un’esigenza interiore, una liberazione, un desiderio di dare parola al tuo vissuto aldilà della rabbia e delle paure. Come se le parole volessero correre su quel filo invisibile che ci univa, due equilibriste in aria senza alcuna rete di protezione.
E’mai possibile che viviamo accanto a tragedie, a vite recluse, a soprusi, inganni e sub-culture arcaiche, e omertà e indifferenza e dolore, e non riusciamo a vederli? E quanti mondi esistono nella stessa realtà - pur circoscritta in un tempo e in un luogo preciso - che ci sono sconosciuti?
Quanto è accaduto non è stato il raptus improvviso di una persona o di un gruppo verso un altro. No, nessuna violenza fisica. Sei stata vittima di un sistema organizzato con regole e riti, poteri e schiavi, credenze e tradizioni, un sistema che ti ha rapita e costretta a conformarti.
Senza scampo, perché sei donna e ‘ appartieni’. Ti è stata rubata la libertà di essere te stessa.
Le donne Rom sono molto intuitive: secoli di fughe, persecuzioni, maltrattamenti, di vita di strada, hanno acuito i loro sensi e sanno cogliere con immediatezza sfumature di umore, di slanci emotivi, di opportunità. Avvertono la disponibilità verso di loro qualche secondo prima che tu ne abbia formulato il pensiero. E sanno cogliere l’occasione al volo.
Tuo padre mi parlò di te, sua quinta figlia, ricoverata in ospedale per un parto difficile. Era molto preoccupato e mi presentò i tuoi primi quattro figli, la più grande aveva sì e no dieci anni. Ti ho conosciuto così, Catalina, sulla carta dei certificati medici che tuo padre mi mostrava.
Nella Repubblica Dominicana il 75% della popolazione è cattolica, conoscono la chiesa e le sue organizzazioni assistenziali.
Arrivata in Italia, senza documenti «perché li teneva lui», confinata in un alloggio popolare in un paese di campagna, guardata a vista, l’unica soluzione ti è sembrata quella di cercare la chiesa, accendere un cero alla Vergine e chiedere aiuto ad un sacerdote. Don Maurizio ti ha indirizzata al centro d’ascolto della Caritas. Forse la tua giovane età, il tuo modo di raccontare la tua situazione in Italia, hanno fatto scattare tutti gli allarmi di protezione e tutela
Quando noi dei servizi sociali venimmo a casa tua per incontrarti, ci aprì lui. Tu in una stanza parlavi a voce alta perché noi sentissimo: «Io in casa famiglia non ci vado!». Ti eri aggrappata a una specie di mobile con le tue gambe magre e lunghe ed il pancione. Eri un misto di Olivia di Braccio di Ferro e un gatto selvatico magro e spelacchiato, come quelli che a volte si vedono in giro. Ugualmente selvatica muovevi le braccia dinoccolate di continuo e parlavi… parlavi, sembrava impossibile zittirti. Restammo sole e riuscii a chiederti della salute, di cosa desideravi.
Le storie delle giovani donne immigrate del sud del mondo sono tutte simili. Avevi un modo di raccontarti unico, i tuoi occhi erano capaci di brillare ad un ricordo bello, e di non spegnersi a un ricordo triste.
Un giorno hai pianto. Era difficile non commuoversi davanti alla tua disperazione. Era come se caduta a terra tu strisciassi, incapace di camminare, e senza più parole, come se solo i gemiti potessero rivelare tutto il tuo dolore.
Non ho mai risposto direttamente alle tue domande: non ce n’era bisogno. Tu avevi già tutte le risposte. Hai deciso di togliere il velo e le gonne lunghe. Ma certe scelte ti separano, ti strappano dal conosciuto, dalle appartenenze inclusive e avvolgenti, ti collocano sul piedistallo dell’incertezza e del dubbio. E ti caricano di nuove strane responsabilità.
Quando arrivai all’istituto per disabili dove eri stata collocata, di te mi colpì il sorriso, la tua voglia di giocare e il tuo modo di relazionarti. Come una bambina, ancora capace di stupore. Ripetevi: «Quando viene Maria Rita?» Tua sorella Maria Rita veniva a trovarti spesso e ti portava fuori a prendere un gelato. Con lei erano stati chiari con lei. «Qui le persone non sono parcheggiate a vita. Devono mantenere i rapporti con una famiglia che con costanza curi la relazione affettiva.» Maria Rita era tutta la tua famiglia.
Tuo padre era un pastore. Lo trovarono un giorno sui pascoli, con le pecore disperse e il suo cane accanto. Era morto così, solo, senza far rumore, forse com’era sempre vissuto. Tua madre lo aveva abbandonato. Un giorno se ne era semplicemente andata, e non è più tornata.
«Quando viene Maria Rita?» Questa l’unica chiave per aprire spiragli con il tuo mondo. Tra te e il resto dell’universo, Maria Rita, senza di lei il nulla. Solo il mantra del suo nome ripetuto all’infinito. Vi ho visto insieme. La complicità, l’intimità, la semplicità naturale dei gesti e delle parole era il modo tutto vostro di stare vicine. Maria Rita era la casa degli affetti, la tua casa dove il tempo, i luoghi, l’agire aveva un senso. Anche per te.
Alzai gli occhi e ti sorrisi. Tu, mamma come me, e le donne presenti, stupite e quasi pietrificate. Poi cominciaste a sussurrare qualcosa tra di voi, qualcosa che io non capivo ...

* * *
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di Vittorio Messori
Mel Gibson lo ha detto con l'orgoglio unito all'umiltà, con il realismo mescolato alla devozione che forma in lui un miscuglio singolare: "Se quest'opera dovesse fallire, per cinquant'anni non ci sarà futuro per il film religioso. Qui dentro abbiamo buttato il meglio: soldi quanti ne occorrevano, prestigio, tempo, rigore, carisma di grandi attori, scienza degli eruditi, ispirazioni dei mistici, esperienza, tecnica d'avanguardia. Ci abbiamo buttato, soprattutto, la nostra certezza che valeva la pena, che ciò che successe in quelle ore riguarda ogni uomo. Con questo Ebreo avremo a che fare per sempre, tutti, dopo la morte. Se non la spuntiamo noi, chi potrà farcela? Ma la spunteremo, ne sono certo: il nostro lavoro è stato accompagnato da troppi segni che me lo confermano". E, poi, coincidenze lette come segni: la Madonna con il volto dell'attrice ebrea a nome Morgenstern che, lo si è notato solo dopo, è, in tedesco, la Stella Mattutina. Jim Caviezel, l'attore che interpreta Gesù, ha le stesse iniziali di Jesus Christ ed ha 33 anni!
Gibson si è ricordato del monito del beato Angelico: "Per dipingere il Cristo, bisogna vivere con il Cristo". Il clima, tra i Sassi di Matera e gli studi di Cinecittà, sembra essere stato quello delle sacre rappresentazioni medioevali, dei cortei dei flagellanti davanti alle reliquie dei martiri. Dopo le riprese, ogni sera, un prete in talare nera, quella con la lunga fila di bottoni, celebrava una messa al campo, in latino. Proprio qui, in effetti, è la ragione vera della decisione di far parlare gli ebrei nella loro lingua popolare, l'aramaico, e i romani in un latino basso, da militari, che ferisce le orecchie di noi, vecchi liceali, abituati alle raffinatezze ciceroniane. Gibson, cattolico amante della Tradizione, è coriaceo assertore della dottrina ribadita al Concilio di Trento: la Messa è anche pasto fraterno ma è innanzitutto sacrificio di Gesù, rinnovazione incruenta della Passione. Questo è ciò che importa, non è il "capire le parole". Il valore salvifico degli atti e dei gesti che hanno il vertice sul Calvario non ha bisogno di espressioni che chiunque possa capire. Questo film, per il suo autore, è una Messa: che, dunque, sia in una lingua oscura, com'è stata per tanti secoli. Se la mente non comprenderà, tanto meglio, ciò che conta è che il cuore capisca che tutto quel che è avvenuto ci redime dal peccato e ci apre le porte della salvezza. Proprio come ricorda la profezia di Isaia sul "Servo di Jahvé" che, a tutto schermo, è messa come prologo all'intera pellicola. Il prodigio, comunque, mi è sembrato verificarsi: dopo un po', si abbandona la lettura dei sottotitoli per entrare, senza distrazioni, nelle scene - terribili e meravigliose - che bastano a se stesse.
Sul piano tecnico, l'opera appare di una qualità altissima, tanto che i precedenti film su Gesù potranno sembrare ridotti a parenti poveri e arcaici: in Gibson, luci sapienti, fotografia magistrale, costumi straordinari, scenografie scabre e, quando necessarie, sontuose, trucco di incredibile efficacia, recitazione di grandi professionisti, sorvegliati da un regista che è anche un loro illustre collega. Soprattutto, effetti speciali talmente mirabolanti che, come ci diceva Enzo Sisti, il produttore esecutivo, resteranno segreti, a conferma dell'enigma dell'opera, dove la tecnica vuole essere a servizio della fede. Una fede nella versione più cattolica di cui "The Passion" è un manifesto che gronda simboli che solo un occhio esercitato riconosce in pieno.
Se al martirio sono dedicate due ore, mezzo minuto è sufficiente per ricordare che non fu quella l'ultima parola. Dal Venerdì Santo alla Domenica di Pasqua, alla Risurrezione, che Gibson ha risolto accogliendo una particolare lettura delle parole di Giovanni: uno "svuotamento" del lenzuolo funerario, lasciando un segno sufficiente per "vedere e credere" che il suppliziato ha trionfato sulla morte.
Antisemitismo o, almeno, antigiudaismo? A visione effettuata, nessuno potrà più accusare Gibson di avercela con gli ebrei. Chiarissimo è, nel film, che ciò che grava sul Cristo e lo riduce in quello stato non è la colpa di questo o di quello, bensì tutto il peccato di tutti gli uomini, nessuno escluso. All'ostinazione nel chiedere la crocifissione da parte di Caifa (quel sadduceo collaborazionista che non rappresentava affatto il popolo ebreo, da cui era anzi detestato, il Talmud su di lui e sul suocero Anna ha parole terribili), fa più che abbondante contrappeso il sadismo inaudito dei carnefici romani; alle viltà politiche di Pilato che lo portano a violentare la sua coscienza, si oppone il coraggio del sinedrita - episodio aggiunto dal regista - che affronta il Sommo Sacerdote gridandogli che quel processo è illegale. E non è forse ebreo il Giovanni che sorregge la Madre? Non è ebrea la pietosa Veronica? Non è ebreo l'impetuoso Simone di Cirene? Non sono ebree le donne di Gerusalemme che gridano la loro disperazione? Non è ebreo Pietro che, perdonato, morirà per il Maestro?
All'inizio del film, prima che il dramma si scateni, la Maddalena chiede, angosciata, alla Vergine: "Perché questa notte è così diversa da ogni altra?". "Perché - risponde Maria - tutti gli uomini erano schiavi e ora non lo saranno più". Tutti, ma proprio tutti: giudei o non giudei che siano. "Quest'opera - disse Mel Gibson amareggiato da aggressioni preventive - vuol riproporre il messaggio di un Dio che è Amore". E che Amore sarebbe se escludesse qualcuno?
* * *

Un forte squilibrio è ancora presente nella memoria nazionale italiana, che rivela la persistenza di una profonda disparità di genere nello spazio pubblico. I monumenti dedicati alle donne sono infatti pochissimi nelle città italiane. Come a Torino – prima capitale del nuovo Regno d’Italia - dove su 101 monumenti, non ce n’è alcuno è dedicato a una donna. In dieci grandi città italiane (Roma, Napoli, Milano, Torino, Firenze, Bologna, Bari, Palermo, Cagliari, Venezia), si contano in tutto solo 22 statue dedicate a donne, ed oltre la metà dei monumenti femminili presenti sulla mappa è stato collocato solo dopo il 2000, segnale di una sensibilità che sta cambiando solo negli ultimi anni del nuovo secolo.
È da notare che, per lo più, le opere artistiche sono state realizzate da uomini, e che meno della metà dei monumenti femminili che ritraggono donne realmente vissute, prevalgono non tanto immagini realistiche, ma figure anonime, collettive o decisamente allegoriche, come la Libertà o la Patria.
Nelle sculture monumentali che ricordano donne che hanno segnato la storia, la loro celebrazione risulta inoltre molto spesso strettamente connessa a una famosa figura maschile.
Tra le donne considerate eroine storiche alle quali è stata dedicata un’opera monumentale, le più note:
Anita Garibaldi: celebrata con la statua equestre posta sul colle Gianicolo in Roma, dove Anita è ritratta a cavallo con un neonato in braccio e una pistola nell'altra mano: un mix tra madre e guerriera.

Colomba Antonietti: eroina morta per la difesa della Repubblica Romana nel 1849: la sua memoria – accanto a quella del marito - è affidata a busti e lapidi che ne sottolineano il coraggio e la forza morale.

Rosalia Montmasson: l'unica donna che partecipò alla Spedizione garibaldina dei Mille. Il monumento a Ribera (2011) la vede accanto al marito Francesco Crispi, quasi in una posizione di servizio e supporto.

Il Monumento alla Partigiana (Venezia): Augusto Murer (1961), nella sua opera, sceglie una posa cruda, con il corpo della donna caduta disteso nell'acqua, simbolo del suo martirio;

Il Memoriale di Villa Spada (Bologna): Inaugurato nel 2006, è un esempio di architettura partecipata. Ricorda 128 donne cadute e coinvolge attivamente la comunità (bambini, studenti d'arte) nella creazione di sculture e bassorilievi che narrano la vita quotidiana e la lotta per la Resistenza contro il nazifascismo.

Altri monumenti sono dedicati a tipiche figure lavorative femminili:
La Mondina: un’opera di Agenore Fabbri (1984) con la quale Vercelli ricorda il lavoro delle mondine. Il monumento, stilizzato e moderno, con quello sguardo all’orizzonte della mondina, è apparso tuttavia incongruo in quanto riferito a persone che stavano con la schiena piegata tutto il giorno.

Le Fiascaie a Castelfiorentino (2005): un omaggio alle donne che lavoravano nell'indotto vinicolo
Le Strambaie a Marina di Camerota (2019): dedicate a chi intrecciava l'erba "stramba"
La Mussolera a Trieste (2017): una scultura lignea che celebra le venditrici di frutti di mare
Non è infine superfluo osservare che le immagini femminili sono spesso proposte nude o in pose del tutto fuori contesto - come nel caso della 'Spigolatrice di Sapri' di Emanuele Stifano (2021) - che tendono a ridurre le figure rappresentate a oggetto estetico, rafforzando improbabili stereotipi anziché esaltare il valore delle persone alle quali si riferiscono.
La rivoluzione della colonna sonora
Prima di lui, la musica da film era spesso un commento orchestrale tradizionale. Morricone scardina tutto. Introduce suoni 'concreti': lo scacciapensieri, il fischio (reso celebre da Alessandro Alessandroni), il colpo di frusta, il grido del coyote, la chitarra elettrica.
La sua musica non accompagna l'immagine, la completa. Brani come il tema di "Mission" o l’oboe di Gabriel’s Oboe sono diventati inni universali, capaci di vivere di vita propria anche fuori dalle sale cinematografiche.
Il rapporto più forte di Morricone con il mondo del cinema è quello con il cineasta Sergio Leone, suo ex compagno di classe alle elementari. Per la "Trilogia del Dollaro" e "C’era una volta in America", Leone chiedeva spesso a Ennio di scrivere la musica prima delle riprese, per poi farla risuonare sul set. Questo permetteva agli attori di muoversi seguendo il ritmo della melodia, rendendo i film quasi delle opere liriche visive.
Oltre a Leone, Morricone ha stretto legami profondi con Giuseppe Tornatore: un’amicizia fraterna che ha prodotto il lirismo straziante di Nuovo Cinema Paradiso; con l’americano Quentin Tarantino, che dopo anni di corteggiamento è riuscito a convincerlo a scrivere la partitura originale per The Hateful Eight; con Brian De Palma e Roland Joffé, dimostraziondo una notevole capacità di adattarsi ai linguaggi di Hollywood senza perdere l'anima europea.
L' “altra musica”
Nonostante la fama mondiale dovuta al cinema, Morricone considerava la sua "Musica Assoluta" (la musica colta, d’avanguardia e contemporanea) la parte più importante della sua produzione.
Ha fatto dunque parte del “Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza”, un collettivo di compositori che esplorava le nuove tendenze espressive in campo musicale utilizzando inconsueti suoni atonali e rumori d'avanguardia. Questa vena sperimentale non è mai svanita: è proprio grazie a questa capacità di osare che le sue colonne sonore risultano, ancora oggi, così moderne e originali.
Gli ‘Oscar’
Il rapporto tra Morricone e gli Oscar è stato lungo e perfino paradossale. Nonostante i capolavori assoluti prodotti negli anni della sua carriera ha dovuto attendere decenni prima di essere candidato all’Oscar del Cinema. Solo nel 2007 ha ricevuto l'Oscar alla Carriera "per i suoi contributi magnifici e sfaccettati all'arte della musica da film", e nel 2016 l'Oscar per la Migliore Colonna Sonora con "The Hateful Eight".
Dal film "The Heateful Eight" di Q. Tarantino (2015)
A questi si aggiungono altri prestigiosi riconoscimenti: 3 Grammy Awards, 3 Golden Globes, 6 BAFTA, 10 David di Donatello e 11 Nastri d'Argento. Nel 2017 ha ricevuto anche l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Ennio Morricone ci ha lasciati nel 2020, ma la sua eredità è scolpita nell'aria. È stato il compositore che ha insegnato al mondo che il silenzio tra due note è importante quanto le note stesse.
La canzone pop
Prima di diventare il "Maestro" del cinema, Ennio Morricone è stato il "re invisibile" della musica leggera italiana. Negli anni '60, lavorando come arrangiatore per la RCA, ha trasformato canzonette semplici in architetture sonore sofisticate, portando l'avanguardia e l'orchestrazione classica nelle case di tutti gli italiani.
La sua firma pop non è stata mai banale: Morricone ha usato strumenti insoliti, armonie audaci e una gestione dei cori che ha trasformato ogni brano in un piccolo film di tre minuti.
L'esempio più fulgido del suo genio pop è senza dubbio "Se telefonando" (1966), una melodia su un tema di appena tre note, ispirato alle sirene della polizia di Marsiglia. Il risultato: un brano dalla struttura circolare e moderna, ancora oggi considerato uno dei vertici della canzone leggera italiana.
Negli anni Sessanta Morricone ha dato un sapore orchestrale e malinconico ai successi balneari di Edoardo Vianello. In "Abbronzatissima", "Pinne fucile ed occhiali" e "O mio Signore", è facile cogliere, dietro il ritmo ballabile, una cura dei fiati e degli archi che solo un compositore accademico può infondere.
Ha firmato inoltre gli arrangiamenti di brani diventati parte del DNA culturale italiano, come: "Sapore di sale" (Gino Paoli), dove inserisce un celebre assolo di sax che spezza la monotonia del ritmo, regalando al brano una sospensione magica e senza tempo; "Il mondo" (Jimmy Fontana), con un arrangiamento maestoso, seguito da un crescendo orchestrale che sottolinea perfettamente l'idea del movimento rotatorio della Terra descritto nel testo; "In ginocchio da te" e "Fatti mandare dalla mamma" (Gianni Morandi), in cui riesce a nobilitare il genere "teen idol" con sezioni ritmiche serrate e l’uso sapiente dei cori (i leggendari ‘Cantori Moderni’ di Alessandroni).
E ancora per Morandi, in "C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones", Morricone crea un arrangiamento quasi "psichedelico" e marziale, perfetto per il messaggio di protesta del brano, e ne "La fisarmonica" trasforma un brano popolare in un pezzo di rara eleganza formale.
Sotto il profilo tecnico, Morricone ha sempre applicato alla musica pop le stesse modalità compositive della "musica assoluta", come il contrappunto. Mentre il cantante esegue la melodia principale, l'orchestra sotto gioca con linee melodiche indipendenti, rendendo l'ascolto stratificato. Non si tratta di un semplice accompagnamento, ma di un dialogo tra voce e strumenti.
Il western al cinema
Il passaggio di Morricone dal pop al western non è stato un cambio di rotta, ma una vera e propria 'invasione di campo': egli ha portato nel cinema di Sergio Leone la stessa mentalità rivoluzionaria che usava per arrangiare i dischi della RCA.
Nelle colonne sonore classiche di Hollywood, i temi erano spesso complessi e sinfonici. Secondo Morricone, invece, il tema deve essere un "gancio" (un hook) memorabile. Nei temi portanti di "Per un pugno di dollari" o "Il buono, il brutto, il cattivo", gli spunti melodici sono semplici, quasi dei motivi fischiettabili come una canzone di Gianni Morandi o di Edoardo Vianello, ma inserite in un contesto sonoro vasto e dilatato.
Dal film "Per un pugno di dollari" di S. Leone (1964)
Nel pop degli anni '60, Morricone ho provato a inserire nel tessuto musicale rumori ed effetti naturali, allo scopo di rendere i brani più accattivanti. Nel western, in particolare, egli ha inrodotto lo scacciapensieri, usato non come folklore, ma come una molla ritmica moderna, il fischio in sostituzione del violino solista, dando un senso di solitudine e aria aperta (una tecnica che richiama la leggerezza delle ballate pop), la chitarra elettrica Fender, uno strumento puramente rock e pop, inserito nei film di Leone per dare un suono sporco e contemporaneo al West, con evidente superamento dell’uso tradizionale dei violini classici.
Anche Il coro non viene utilizzato per fare canto corale, ma come una sezione di fiati o di percussioni: è frequente così l’uso vocale delle onomatopee (wah-wah, schiocchi di lingua, urla …) proprio come nei cori dei dischi pop, per dare ritmo e colore all’andamento musicale del brano.
Come ne “Il mondo” di Jimmy Fontana, costruito su un crescendo orchestrale mozzafiato, la stessa struttura drammatica si ritrova nelle sfide finali dei film di Leone (i famosi "trielli"). La musica di brani come "L'estasi dell'oro" o "Il triello" non è altro che un gigantesco, lunghissimo arrangiamento pop portato all'estremo della tensione emotiva.
Si può affermare che Morricone ha elettrizzato il cinema usando i trucchi del mestiere imparati negli studi di registrazione della RCA, rendendo i cowboy moderni delle vere e proprie rockstar.
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Il film
A Hollywood il regista Viktor Taransky attraversa un brutto momento: della sua carriera Nicola, la protagonista, lascia il set prima della fine della lavorazione; Elaine, ex moglie e produttrice esecutiva, non gli rinnova il contratto. In stato di forte depressione, Viktor viene avvicinato da un certo Hank - forse scienziato forse inventore - che, prima di morire (quasi come una segreta consegna testamentaria) gli propone un programma informatico di sua creazione del tutto innovativo.
Grazie a quel fascinoso programma di 'intelligenza artificiale' Viktor riesce a creare una donna, cui dà il nome di Simone (ricavato dal nome del programma "SIMulator 1" abbreviato in "SIM-ONE"), che diventa la protagonista virtuale del suo film interrotto. Portato a termine, il film esce nelle sale e ottiene un inatteso grande successo soprattutto per la presenza della nuova 'star', a tutti sconosciuta. Viktor tiene a bada le pressanti richieste di interviste e di incontri e gira un altro film, dal titolo "Eternità per sempre". L'entusiasmo per Simone aumenta, e la curiosità di vederla dal vivo diventa spasmodica.
Viktor comincia ad accusare il peso della situazione. Elaine crede che Viktor e Simone abbiano una relazione, ma lui le fa dire da Simone, a distanza, che non è vero. Però le cose precipitano quando Simone viene premiata con l'Oscar, e Viktor s'inventa una dichiarazione di lei in diretta televisiva dall'Africa, dove si è recata in missione umanitaria.
Ora il regista vorrebbe finirla con questa pesante finzione, ma non sa come tornare indietro. Cercando una soluzione plausibile, in un estremo tentativo, annuncia la morte di Simone. Alla celebrazione dei funerali però, la polizia scopre la bara vuota e Viktor viene arrestato con l'accusa di averla uccisa e gettata in mare. Lui allora confessa la sua falsiificazione digitale, ma nessuno gli crede. Lo salverà la figlia Lainey che, trovato il floppy-disk originale, riattiva il programma e 'ricrea' Simone. Elaine e Lainey ora decidono di rimanere accanto a Viktor per aiutarlo - insieme alla sua Simone - a superare il difficile momento.
La ‘poetica’ di Andrew Niccol
Autore del copione di "The Truman show" di Peter Weir, 1998 (uno dei titoli più importanti degli anni '90), il regista Andrew Niccol torna ai temi che più lo affascinano e lo coinvolgono: nella nostra società dell'immagine, diventa sempre più sottile, e difficile da distinguere, il confine tra realtà e finzione, tra vero e apparenza. La voglia di novità, il bisogno di dare al pubblico personaggi da seguire e immortalare mette in evidenza il ruolo determinante che oggi assume l'intelligenza artificiale, che genera identificazione e tiene in piedi l'irrinunciabile meccanismo del divismo. Creare il falso può anche servire all'inizio a mettere in atto rivincite personali (come per Viktor Taransky, il regista in crisi professionale) ma poi genera diaboliche spirali dentro le quali si resta imbrigliati, prigionieri di quella creatura immaginaria di cui, prima o poi, bisognerà disfarsi. Puntando il dito verso quella società fondata sul vuoto del virtuale contro la civiltà dell'anima, il film parte dal mondo del cinema e della fiction ma si allarga ad una dimensione più vasta, diventando metafora ampia della volontà (o abdicare) ad essere noi stessi, di fronte al rischio di essere sostituiti da algoritmi generatori di maschere computerizzate, clonate, finte e del tutto irreali.
Andrew Niccol continua a riflettere e a interrogarsi sui meccanismi di produzione dell’immaginario collettivo, sul rapporto che corre fra un autore e le sue creature, sulla possibilità che le immagini hanno di incidere e modificare la nostra vita quotidiana spostando emozioni e sentimenti al di là dello schermo, dentro un misterioso universo di semplici inquadrature o più sofisticati pixel. Dalla nietscheana società di superuomini di Gattaca al mondo acquario mediatico di The Truman Show passando ovviamente per le metamorfosi visive di S1mone, ogni film di Niccol è attraversato dalla vertigine dell’atto creativo, dalla tentazione di produrre un presente altro e diverso, così perfetto da risultare alla fine pericoloso e totalitario, un inganno dei sensi che atrofizza passioni e desideri. E’ la forza irresistibile dell’ideale, dell’astratto, del vuoto simulacro.
In S1mone la sottile linea di demarcazione di quel confine che separa il mondo dal suo spettro – il mare nero di Gattaca, il cielo di plastica che scala Jim Carrey in The Truman Show – non esistono più. “Tutta la realtà è falsa” afferma il prestigiatore di corpi Taransky in una splendida sequenza del film, mentre la bara dell’attrice di vetro scoperchiata dai poliziotti contiene solo una grande fotografia, un’altra forma senza carne. Puro spettro, fantasma impalpabile. E se i protagonisti delle altre visioni private di Niccol vagano in cerca di un punto di fuga, di una breccia fra le pareti di strutture virtuali, S1mone è rinchiusa definitivamente nel suo involucro irreale, fedele e sinergica duplicazione del suo creatore, macchina di sogni e desideri di plastica pronta a regolare il mercato delle emozioni dell’inconscio collettivo. Ormai ogni produzione di soggettività è solo espressione di pura virtualità e anche Hollywood - forse l’arma più potente che l’America ha avuto per ridisegnare il nostro presente e passato - è solo uno strumento per celebrare ed amplificare l’estetica del falso, un luogo di corpi e membra che Niccol/Taransky si diverte a “riscrivere” e manipolare in quell’unico ologramma filmico che è lo spettro pulsante di S1mone.
Sempre ispirato, seppur indirettamente, dalle pagine di Philip K. Dick (autore di un libro intitolato “I simulacri”) tanto vicino all’idea di cinema come grande illusione così cara all’Orson Welles, il regista di S1mone si conferma grande romanziere di forme filmiche, testimone di una cinema che ha compreso che leggere politicamente il nostro tempo è solo questione di corpi, desideri e vuoti simulacri.








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